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Cottado Abbati al Teatro Mac Mazzieri: l’operetta non tramonta mai

di Daniele Montanari
Cottado Abbati al Teatro Mac Mazzieri: l’operetta non tramonta mai

"Al Cavallino Bianco": passione, sentimenti, intrighi e colpi di scena

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PAVULLO. L'operetta può ancora dire e dare tantissimo anche in tempi ben lontani dal clima della Belle Époque che diede i natali al genere, affascinando anche i giovani.

Ne è convinto Corrado Abbati, che martedì 1 marzo, nell'ambito della stagione di Ater, porterà in scena alle 21 al teatro Mac Mazzieri di Pavullo lo spettacolo “Al Cavallino Bianco”, originale adattamento del capolavoro in tre atti firmato nel 1930 da H. Müller e E. Charell per la musica di Ralph Benatzky, ora diretta da Marco Fiorini. Una finestra aperta sull'ambientazione senza tempo del rinomato albergo “Cavallino”, sulle idilliache rive del lago di St. Wolfgang, tuttora meta di tantissimi turisti in vena di romanticismo.

La storia è quella classica, fatta di sospiri, passioni ed esuberanza. Si parte dal sentimento non ricambiato di Leopoldo, primo cameriere, per la bella proprietaria Gioseffa, attirata invece dall'avvocato italiano Giorgio Bellati, da anni cliente dell'Hotel. Poi arrivano anche Zanetto Pesamenole, ricco industriale, e sua figlia Ottilia, in vacanza per ritemprarsi dalla causa in atto con l'industriale padovano Cogoli, che a sua volta manda lì il figlio Sigismondo sperando che s'innamori di Ottilia e concluda un matrimonio per evitare il tribunale. Di qui intrecci su intrecci, in una girandola di trovate e situazioni all'insegna di risate e dolci imprevisti, fino all'arrivo di nientemeno che l'Arciduca, che condurrà al lieto fine. Il tutto tra musica, rivista e operetta appunto, con l'ausilio di una scenografia completamente nuova.

Abbati, com'è questo Cavallino?

«Come non ci si aspetta: modernizzato, con performance virtuosistiche e coreografie scattanti tra i costumi colorati. È un'attualizzazione non solo del testo, ma di tutto l'allestimento con energia e gusto che contagiano lo spettatore grazie a interpreti che sanno ballare, cantare e recitare in modo stupendo. È a prima volta che si fa un'operazione di questo tipo».

Un'operetta da anni Duemila, insomma, per attirare anche i giovani?

«Sì, l'operetta non è un genere datato Belle Époque come si potrebbe pensare, basta farla con i mezzi giusti e le idee giuste, pensando a un pubblico che oggi ha un background diverso e ha bisogno di un appagamento diverso».

È stato difficile trovare la quadra?

«No, bisogna avere gusto estetico e idee. Per chi come il sottoscritto fa operetta da una vita, è stato un po' come fare il meccanico smontando la macchina, ripulendola e rimettendola in sesto in modo che funzioni come fosse nuova».

Una vita intera dedicata all'operetta? Perché?

«Posso dire di aver cominciato a 5 anni con lo spettacolo all'asilo, che forse ha segnato il mio destino... Sono stato subito conquistato dall'operetta, a cui ho dedicato anche la mia tesi di laurea. Ma ho fatto anche il regista per opere liriche e lavorato in Rai come programmista. Poi nel 1982 ha prevalso l'istinto e ho deciso di dedicarmi solo a a questo genere, lasciando il certo per l'incerto. Guardandomi indietro però posso dire di aver fatto la scelta giusta, perché sono ancora innamorato dell'operetta».

Quali sono stati i riscontri per uno spettacolo con tanti cambiamenti?

«Ottimi, dal debutto a Parma a novembre agli altri palcoscenici in giro per l'Italia, l'accoglienza è stata eccezionale. Si vede che la proposta va nel verso giusto».

Com'è il passaggio a Pavullo in un teatro di provincia?

«È come andare a casa di amici: c'è un pubblico affezionato che ci rivede da diverso tempo e a cui bisogna offrire molto, perché gli amici vanno considerati anche più degli altri”. E dopo, altre tappe sul territorio? “A Modena al teatro Storchi, il 9 e 10 aprile».

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