Gazzetta di Modena

“Il club”, inquietante analisi della società cilena

di Alberto Morsiani
“Il club”, inquietante analisi della società cilena

Il regista Pablo Larraín sbozza i ritratti dei membri di un “circolo” chiuso di religiosi messi al bando

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IL CLUB di Pablo Larraín. Cile 2015.

“Padre, qui conduciamo una vita santa”, risponde, con una voce tanto piana e dolce che finisce per essere inquietante, la sola donna del film alle domande dell’inquisitore, il padre Garcia. Questo padre “giovane e bello” arriva in una casa dove vivono quattro uomini, una donna e un levriero da corsa, per far luce sulla morte brutale di uno degli occupanti. Pablo Larraín sembra voler aprire un nuovo ciclo. Nella trilogia precedente, il regista cileno esplorava la storia della dittatura militare, dal glaciale Tony Manero passando per Post Mortem per arrivare a No, alla caduta formale del regime di Pinochet al referendum del 1988 che apriva la via alla transizione democratica. Ora, il regista gratta sempre sotto la vernice della società cilena e sbozza i ritratti dei membri di un “club” molto chiuso di religiosi messi al bando, in un villaggio di pescatori isolato sulla costa del Pacifico. Il film, che ha vinto l’Orso d’Argento a Berlino, avanza nella misura in cui progredisce l’inchiesta di padre Garcia, come un thriller. Scopriamo con il giovane prete il passato tenebroso di ognuno degli abitanti della casa: omosessualità, traffico di bambini, aborti clandestini, crimini della dittatura, pedofilia, eccetera. Garcia, che rappresenta la Chiesa moderna, “pulita”, quella riformista di papa Francesco, è incaricato dalla gerarchia di indagare sulla morte di un pensionato ma soprattutto di liquidare, in senso figurato, questa casa di penitenza per preti devianti. All’inizio, Garcia ha il volto severo e impassibile del liquidatore. Poco alla volta il tremito e la passione che caratterizzano gli altri personaggi si impossessano anche di lui. L’immagine del padre Garcia perde la sua nettezza, come se soccombesse all’atmosfera della casa. Un’atmosfera gelida che si rafforza con la musica, arie sacre di Bach e Arvo Pärt. Immagini parodiche disperate. L’irruzione del personaggio di Sandokan, mezzo uomo mezzo bambino, mette in crisi l’agenda del “club” dei piccoli preti, “los curitas” come vengono chiamati dalla gente di fuori, la loro routine attentamente prestabilita. È lui, Sandokan, con gli osceni racconti degli stupri subiti da bimbo a mandare in pezzi il fragile equilibrio della casa, la fasulla aria da agnelli di Dio degli altri. Innocente e perverso insieme, appare come una figura cristologica che porta il castigo e (dunque) la redenzione. Strano personaggio anche quello della donna, che accudisce la casa e gli uomini, un po’ come l’Andrea Ferreol di La grande abbuffata. Perché in questa casa vivono quelli che la Chiesa vuole nascondere. Una Chiesa che teme lo scandalo mediatico e isola quelli che hanno sbagliato per sfuggire alla giustizia e alla stampa. È proprio la minaccia di rivelare alla stampa ciò che è successo nella casa e il passato dei suoi occupanti a far vacillare il liquidatore. La nuova Chiesa cilena tratta con gli stessi demoni di quella antica, la paura dello scandalo.

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