Gazzetta di Modena

«La storia? Ve la raccontiamo come in tivù»

di Gabriele Sorrentino
«La storia? Ve la raccontiamo come in tivù»

In Università il primo master italiano per formare “Public Historian”, studiosi divulgatori del passato

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MODENA. È possibile appassionare il grande pubblico alla storia? La risposta è positiva, a patto di cambiare la modalità con cui la storia viene raccontata. Non più articoli ridondanti di tecnicismi ma un approccio che utilizzi tutti i media possibili per rendere appetibile e comprensibile l'esito della ricerca: dalla narrativa alla graphic novel, dal gioco di ruolo, al documentario, dal reading al vero e proprio spettacolo teatrale. È questo l'approccio della Public History, disciplina nata in Gran Bretagna e negli Usa una trentina di anni fa e che quest'anno ha visto a Modena la nascita del primo master di secondo livello dedicato. Il master, unico nel suo genere, è organizzato dall'Università di Modena e Reggio Emilia. La figura professionale che uscirà da questo master è quella del Public Historian uno studioso capace di avvalersi di differenti linguaggi e strumenti per raccontare la storia a pubblici diversi, impiegando appropriate tecniche di comunicazione, dal public speaking alla scrittura online. Grazie a questa intuizione dell’ateneo Modena si aggiunge a Parigi e Berlino nell'offrire una formazione qualificata in questa nuova disciplina da quest'anno vanta anche un'associazione italiana di categoria. La struttura didattica prevede un impegno annuale di 1.500 ore, di cui 252 trascorse in lezioni frontali, 325 ore in stage professionalizzante e personalizzato, seminari tenuti da professionisti ed esperti di cinema, letteratura, teatro, musica e linguaggi multimediali, 798 ore da dedicarsi allo studio individuale e 125 impiegate per la prova finale. Il Master è diretto da Lorenzo Bertucelli del Dipartimento di Studi Linguisti e Culturali.

Prof. Bertucelli, come vi è venuta l'idea di questo master?

«L'idea nasce dalla consapevolezza dell'importanza di un approccio nuovo allo studio e alla divulgazione della storia. Se lo storico non impara a uscire dalla stretta cerchia di specialisti rischia non solo di veder calare le persone interessate alla storia ma soprattutto di lasciare ad altre figure il compito di divulgare la conoscenza: giornalisti, conduttori televisivi, tuttologi che diventano punti di riferimento senza possedere spesso un'adeguata preparazione, con il rischio di veicolare messaggi incompleti o palesemente scorretti».

È un approccio alla storia affascinante ma difficile...

«Di certo è una sfida, ma necessaria. Portare la storia in pubblico utilizzando i diversi linguaggi della contemporaneità, dai docu-film alla musica, dalla televisione al teatro e al web, obbliga lo storico a lavorare in team e a imparare tecniche che un tempo non facevano parte del suo bagaglio culturale. È, però, uno sforzo necessario, per rispondere ad una domanda di senso sul nostro passato, e quindi sul nostro presente, che spesso il discorso accademico non riesce a soddisfare».

Quali sono gli obiettivi del master?

«Il master vuole contribuire alla formazione di una figura, quella del Public Historian in grado di diffondere la conoscenza della storia, utilizzando sia fonti classiche scritte sia fonti più recenti. Vogliamo fornire le competenze per elaborare gli strumenti specifici per analizzare il giacimento storico di un territorio e di una comunità e per far emergere il suo patrimonio immateriale di memorie, traducendole in iniziative pratiche per la sua conoscenza, attraverso installazioni reali e virtuali, manifestazioni culturali, esibizioni fotografiche, ricostruzioni, itinerari geostorici, e parchi tematici. Per questo motivo uno degli aspetti più importanti del master sono i seminari con esperti e professionisti dei diversi media e linguaggi».

Che differenza c'è tra uno storico per il pubblico e un divulgatore?

«Il Public Historyan lavora con lo stesso rigore e lo stesso metodo dello storico tradizionale, ma utilizza metodi nuovi per raccontare la propria ricerca. Insomma è un accademico che parla un linguaggio non accademico pur mantenendone il rigore».

A suo avviso c'è richiesta di storia da parte del grande pubblico?

«Sono assolutamente convinto che vi sia questa richiesta. Quando proponiamo momenti di cultura che parlano il giusto linguaggio la risposta del pubblico c'è sempre. Il nostro compito è proprio quello di rispondere nel modo giusto a questa richiesta, fornendo informazioni che uniscano l'appeal e la chiarezza al rigore storico».

La prima edizione del master è cominciata da alcuni mesi. Vuole stilare un primo bilancio?

«Siamo ancora agli inizi, tuttavia le prime valutazioni sono positive. Abbiamo una trentina di iscritti, diverse età, professionalità e provenienza geografica. In questi mesi mi sono convinto che in Italia abbiamo già molte esperienze di Public History “inconsapevoli”. Il nostro lavoro è trasformare esperimenti in un metodo di lavoro riconosciuto dalla comunità scientifica e dal pubblico».

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