Bertoni: Delfini genio europeo del ’900
Il critico e docente analizza la cultura letteraria a Modena e Reggio nel volume “Scrittori da un Ducato in fiamme”
MODENA. Tanta luce ancora su Antonio Delfini nel libro "Scrittori da un Ducato in fiamme", in cui Alberto Bertoni, docente di letteratura contemporanea all'Università di Bologna, determina un quadro culturale del Ducato nei suoi "prolungamenti novecenteschi" a Modena e Reggio Emilia, dove figure di spicco sono Delfini e Silvio D'Arzo. Un'analisi accorta che lo studioso affronta dalla fine degli anni '80 ed evidenzia in questo volume (Corsiero editore, pp.158, euro 17.50), con attenzione alla cultura letteraria, e non solo, fino ad oggi a Modena (ma pure a Reggio), con acute pagine su piazza Grande amata, tra gli altri, da Dickens, Guido Piovene, Marc Augé.
Quali le figure di spicco, oltre Delfini, a Modena?
«Delfini ha coltivato il suo genio letterario di scrittore originalissimo nel panorama anche europeo, grazie all'ambiente modenese di solida cultura folclorica e dialettale, espressa da Enrico Stuffler, alias Fulminànt. Poi la fortuna di incontrare due editori di grande acume e intelligenza: Angelo Fortunato Formiggini e Ugo Guanda di cui Delfini è amico e pubblica subito i suoi testi. Poi un personaggio più nascosto, Pietro Zanfrognini, collaboratore della "Voce" di Prezzolini e Papini, autore negli anni Trenta di "Cristianesimo e piscanalisi" dove pone in rapporto le teorie di Freud con un cristianesimo problematico. In questo clima Delfini matura la sua radice di scrittore paradossale».
E altri scrittori?
«Potrei indicare ora come suo erede possibile Ugo Cornia, ma panche alcune pagine di Roberto Barbolini. Elementi delfiniani li trovi nel fotografo Luigi Ghirri. Inoltre Arturo Loria di Carpi, ma lo penso come scrittore fiorentino; Guido Cavani, ma il suo romanzo Zebio Còtal, scoperto da Pasolini nel 1958, è neo-realista, legato alla tradizione di Verga».
In quale libro raggiunge la qualità sublime ?
«Delfini finisce (muore a 56 anni, con un fisico ormai devastato) in crescendo: "L'introduzione" ai 10 racconti de "Il ricordo della Basca" nel 1956, con una grafia stravolta e un ritmo di scrittura piena di grazia; e "Modena, 1831, città della Chartreuse", del 1962, che molti prendono in giro. Ma è tutto vero perché Stendhal prende elementi di Parma, Reggio e Modena».
L'esperienza parigina, lo porta ad accostarsi al surrealismo. Ma il suo è un surrealismo padano. In che senso?
«Delfini va nel 1932 a Parigi dove c'era lo scontro tra Breton e Aragon. Aragon porta il surrealismo nella chiave marxista, bolscevica, Breton in una dimensione altra, nell'associazione fra elementi reali e lontani tra loro. E' ciò che sceglie Delfini. Non c'è anima nel suo "Fanalino della Battimonda" che però ha qualità di invenzione, immaginativa delle scritture paradossali, oniriche».
Ha dialogato con le avanguardie, quali sono stati i suoi riferimenti alti?
«L'arte non chiusa nei musei: Futurismo e Surrealismo. Il suo libro "Poesie della fine del mondo", 1961, è il vero libro d'avanguardia, molto di più dell'antologia dei "Novissimi" di Sanguineti e Balestrini. Lui è stato un frequentatore di capitali: Parigi, Viareggio, Firenze delle "Giubbe Rosse"; Roma nel secondo dopoguerra, capitale culturale, con amicizia Moravia, Pasolini e Garboli. E' sempre stato interlocutore di grandi scrittori. Montale scrive cose bellissime su lui».
Delfini è lunico scritttore italiano, dopo D'Annunzio, a comporre la vita come opera d'arte.
«È vero. Quel farsi fotografare a Viareggio con il suo blazer a doppio petto con i pantaloni bianchi, con la bicicletta a mano, per poi venire a Modena a fare il buffone, per farsi prendere in giro e avere delle ragioni paradossali di invenzione letteraria. Inoltre le sue lettere d'amore struggenti... Quindi ha messo in scena la sua vita. Si è fatto rovinare anche da approfittatori vari. Ha capito la realtà del rotocalco, di trasmissione culturale che sarebbe passata per i media, alla radio e alla televisione. Una cultura, quindi, per un pubblico ampio».
Tu richiami anche Cézanne e l'Informale...
«Delfini era un grande frequentatore e anche critico delle mostre alla Saletta del Caffè Nazionale. A Parigi oltre ai Surrealisti scopre Cézanne con i suoi cromatismi inediti che egli applica alla sua scrittura. Scrittore sperimentale, egli viola anche la linearità e la coerenza sintattica delle frasi, gioca sul paradosso. Ci sono prove di scritture, quasi di "action painting", alla Pollock. Ci sono ancora margini per la critica, perché ancora fare un'operazione di vera conoscenza dei suoi testi».
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