«In scena i fantasmi di Henry James»
Irene Ivaldi domani sera all’Auditorium Rita Levi Montalcini con “Giro di vite”
La prosa torna protagonista della stagione teatrale dell’Auditorium Rita Levi Montalcini di Mirandola con Giro di vite – concerto di fantasmi da Henry James. L’attrice Irene Ivaldi porterà in scena, domani alle 21, una delle novelle più note di Henry James, per l'adattamento e regia di Valter Malosti, direttore della scuola del Teatro Stabile di Torino. Giro di vite è annoverato tra i più importanti racconti moderni di fantasmi, in linea con la letteratura gotica dell’epoca, con la differenza che la concezione di fantasma è qui più simile a un’estensione della realtà quotidiana che a una mera creatura dell’orrore. La narrazione dell’intera storia è affidata alla figura dell’istitutrice – interpretata da Irene Ivaldi – che, portavoce assoluta dei fatti, darà voce a tutti i personaggi, immedesimandosi di volta in volta nei pensieri della protagonista e dei due bambini.
Cos’è il “giro di vite”?
“È il momento in cui si decide di compiere un atto estremo, di mettere alle strette, di carpire la confessione. Certo, detto così non si capisce cosa ci sia alle spalle: è un libro molto misterioso. Come diceva Pietro Citati, dal 1898, ossia da quando è stato scritto, lo sport più celebre in Inghilterra è il tentativo di interpretare il testo, cercare di capire cosa c’è dietro».
Lo spettacolo è molto intenso.
«Gli spettatori entrano mentre io sono già in scena e una voce fuori campo –quella del regista, Valter Malosti – racconta come il testo, una lunga lettera, una confessione di una donna, sia giunta nelle mani di un personaggio il quale ammette di aver avuto una simpatia per questa donna che gli ha raccontato di aver lavorato come istitutrice per due bambini, Miles e Flora, i quali probabilmente nascondevano un segreto inconfessabile: erano stati corrotti, in termini sessuali, dai precedenti precettori. Ciò, tuttavia, non è certo perché tutto è raccontato dalla sola voce dell’istitutrice molti anni dopo. Per me è stata una prova gigantesca interpretare questo ruolo».
Chi è l’istitutrice, di cui sia nel racconto sia nello spettacolo non viene rivelato il nome?
«Per capire quella che alcuni definiscono la follia dell’istitutrice – ma ci sono anche i difensori della sua sanità mentale – occorre calarla nel periodo in cui Henry James ha scritto il testo (ispiratogli, nel 1895, dall’incontro con l’arcivescovo di Canterbury, Edward Benson, che gli racconta la storia di due bambini che parlavano coi fantasmi di due pedofili). In quel periodo era da poco nata la Società per la Ricerca Psichica, un’organizzazione che studiava eventi paranormali: James credeva fermamente si potesse creare un contatto con i fantasmi. Era il periodo delle sedute spiritiche e delle grandi medium. James, pur nella sua immensa intelligenza, probabilmente per opporsi al rigore della Chiesa, al fatto che ci fosse un Dio al di sopra di tutto cui bisognasse necessariamente ricorrere, pensava ci si potesse mettere in contatto con l’aldilà anche in altri modi, ossia interagendo direttamente coi fantasmi».
Un racconto gotico sui generis: più che psicanalisi, si fa riferimento allo spiritismo.
«Erano persone estremamente intelligenti, non erano creduloni: era veramente un altro modo di pensare, era l’opposizione all’età vittoriana. Interpretare questo personaggio è complicato: alla prima lettura ho pensato fosse fondamentalmente cattivo. Ogni giorno noi tutti cerchiamo di creare una dicotomia molto netta tra Bene e Male, tra colpevolezza e innocenza, in modo da rendere la vita comprensibile, ma è un errore. Specialmente per un attore ciò è addirittura peccaminoso perché impedisce l’interpretazione. All’inizio detestavo così tanto l’istitutrice da non riuscire a capirne le ragioni, poi con pietà, con l’accettazione umana, sono riuscita a calarmi nei suoi panni. Per me è stato davvero umanamente un giro di vite personale».
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