Stranieri, migranti e rifugiati: anatomia delle nostre paure: incontro a Carpi
A Carpi Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni parlerà di “integrazione subalterna” e delle difficoltà delle seconde generazioni
CARPI. Si terrà a Carpi in Auditorium San Rocco, oggi 4 marzo alle 20.45, il convegno “Dall'accoglienza all'integrazione: esperienze e prospettive”. Promosso dalla Fondazione Casa del Volontariato, l'incontro intende proporre un'occasione di confronto e riflessione sul ruolo che il Terzo Settore può e deve giocare nella costruzione di una società coesa, confrontandosi con il tema delle migrazioni.
Ospite principale della serata sarà Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni alla Facoltà di Scienze politiche, economiche e sociali dell'Università di Milano.
Nelle sue pubblicazioni, tra le quali si ricorda "Non passa lo straniero?" (Cittadella Editrice, 2014), il professor Ambrosini ha esposto i pericoli della cosiddetta integrazione subalterna, il fenomeno per il quale gli immigrati vengono accettati dalla popolazione autoctona a condizione che accettino di occupare posti di lavoro lasciati liberi dai lavoratori locali e quindi che si astengano dal competere per lavori più qualificati per i quali vige un principio di precedenza di cui beneficiano gli autoctoni.
Si è chiuso male il 2015 per i rifugiati e il 2016 non promette bene..
«I rifugiati nel mondo crescono di anno in anno: nel 2014 l'Onu stimava fossero 59,5 milioni, ora si stima abbiano superato i 60 milioni. In Siria, Turchia e Libano è accolto un gran numero di rifugiati. In questi Paesi si consumano tragedie umanitarie: bambini che non possono andare a scuola, per esempio, per i quali si prepara un futuro di emarginazione. L'Unione europea accoglie forse il 10% dei rifugiati del mondo e, tuttavia, si sta attivando per accoglierne ancora meno. Fa parte di quella che chiamo strategia del contenimento, la propagazione dell'idea che arrivino numeri enormi e ingestibili di rifugiati, tuttavia i numeri sono altri e quelli davvero ingenti riguardano il Libano che ha accolto da solo tanti rifugiati quanti l'intera Unione europea nel 2015: più di un milione di esuli. Purtroppo il tema della chiusura nei confronti dei rifugiati è lo specchio delle nostre fragilità, ansie, resistenze verso gli obblighi umanitari che pure sono fondamento della civiltà europea di cui tanto andiamo fieri».
Cosa fa paura dello straniero?
«Diverse componenti. Innanzitutto il fatto che il 97% degli esseri umani sia sedentario. Gli stranieri sono “fuori posto”, fanno qualcosa di diverso rispetto a quello che fa la grande maggioranza degli esseri umani: quando sono benestanti glielo concediamo, quando sono poveri, benché siano spesso manodopera richiesta e necessaria, la maggioranza di noi tende a vederli come pericolosi invasori e come indebiti profittatori delle scarseggianti risorse del welfare. Tra le motivazioni della chiusura nei confronti dei migranti c'è anche quella della sicurezza dei confini, oggi purtroppo inasprita dal problema del terrorismo. Nonostante abbiamo consapevolezza che i terroristi sono nati e cresciuti quasi tutti in Europa, che qui si sono radicalizzati e qui colpiscono, la paura del terrorismo porta a chiudere le frontiere verso chi arriva da lontano. Un'altra paura è quello dello sconvolgimento dell'identità culturale, la questione dell'islamizzazione e, in questo, le varie politiche stentano a darsi razionalità. Terza paura, che in tempi di crisi e disoccupazione gode di un certo seguito, è quella che riguarda le scarseggianti risorse del welfare e che riesce a mettere in concorrenza i richiedenti asilo, i disoccupati interni, i poveri pensionati, come se prima dell'arrivo dei rifugiati esistessero politiche generose verso queste categorie e come se le misure sociali fossero state tagliate a seguito del loro arrivo. Stiamo assistendo a un mondo che rialza i confini: 42 muri costruiti o in costruzione nel mondo e quello tra Macedonia e Grecia temo sarà il 43esimo. L'Europa umanitaria sta mestamente divenendo un'Europa di confini».
Cos'è l'integrazione subalterna?
«Dal 2008, l'occupazione degli immigrati è aumentata durante la crisi economica di 850 mila unità: da meno del 7% del totale degli occupati, si è passati oggi a più del 10%. Il problema tuttavia è la qualità del loro lavoro: nove migranti su dieci svolgono lavori manuali, il restante 1% è rappresentato in realtà da lavoratori autonomi (muratori con partita iva, piccoli commercianti dei mercati rionali). Con integrazione subalterna si intende chi si fa carico dei lavori più pesanti e rifiutati dai lavoratori italiani, quelli che si possono definire lavori delle cinque "p", ossia pesanti, precari, pericolosi, poco pagati e penalizzati socialmente. Gli immigrati servono, ma si vuole occupino posizioni marginali nella società, svolgendo lavori modesti. Sono percepiti come cittadini mal voluti, vicini di casa sgraditi».
Come se la caverà la seconda generazione di stranieri?
«I minori di origine immigrata sono oggi circa un milione: sono entrati nelle scuole superiori e frequentano l'università. Il loro problema è quello della cittadinanza che ha fatto qualche passo avanti, ma non ancora risolutivo. Vivono, inoltre, un conflitto: molti conseguono un titolo di studio e non accettano più i lavori umili dei loro genitori, molti diventeranno prima o poi cittadini italiani e non torneranno nei Paesi d'origine dei genitori che forse nemmeno conoscono, ambiranno anche loro ai lavori dignitosi che cercano gli italiani, quindi crescerà la competizione. Sarà allora decisivo il ruolo del settore pubblico che, in altri Paesi, è stato principale fornitore di lavori dignitosi alle minoranze. Il settore pubblico con tutti i suoi limiti, i suoi difetti, discrimina meno del settore privato e avrà un ruolo decisivo».
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