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“Italianesi” di Saverio La Ruina questa sera sul palco del Temple di Sassuolo

“Italianesi” di Saverio La Ruina questa sera sul palco del Temple di Sassuolo

Il pluripremiato spettacolo “Italianesi” di e con Saverio La Ruina (Compagnia Scena Verticale), va in scena, alle 21 di stasera, 9 marzo al Teatro Temple di largo Bezzi 4, a Sassuolo. Esiste una...

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SASSUOLO. Il pluripremiato spettacolo “Italianesi” di e con Saverio La Ruina (Compagnia Scena Verticale), va in scena, alle 21 di stasera, 9 marzo, al Teatro Temple di largo Bezzi 4, a Sassuolo.

Esiste una tragedia inaudita, rimossa dai libri di storia, consumata fino a qualche giorno fa a pochi chilometri dalle nostre case. Alla fine della seconda guerra mondiale, migliaia di soldati e civili italiani rimangono intrappolati in Albania con l’avvento del regime dittatoriale, costretti a vivere in un clima di terrore e oggetto di periodiche e violente persecuzioni. Con l’accusa di attività sovversiva ai danni del regime la maggior parte viene condannata e poi rimpatriata in Italia.

Donne e bambini vengono trattenuti e internati in campi di prigionia per la sola colpa di essere mogli e figli di italiani. Vivono in alloggi circondati da filo spinato, controllati dalla polizia segreta del regime, sottoposti a interrogatori, appelli quotidiani, lavori forzati e torture. In quei campi di prigionia rimangono quarant’anni, dimenticati. Come La Ruina che vi nasce nel 1951 e vive quarant’anni nel mito del padre e dell’Italia che raggiunge nel 1991 a seguito della caduta del regime.

 Riconosciuti come profughi dallo Stato italiano, arrivano nel Belpaese in 365, convinti di essere accolti come eroi, ma paradossalmente condannati ad essere italiani in Albania e albanesi in Italia. Tonino, il personaggio interpretato dall’attore calabrese, parla bene l’italiano anche se non c’è mai stato: gliel’ha insegnato il vecchio sarto del campo di concentramento. La lingua di Tonino ha una leggera inflessione calabrese (dovuta dalle origini del sarto) e un tocco esotico.

Come accaduto nei precedenti lavori “Dissonorata” e “La Borto”, La Ruina parte dalla lingua per costruire la sua immedesimazione nel personaggio. Anche Tonino fa il sarto nel campo di concentramento, e vive nell’attesa di avere la possibilità di volare verso l’Italia per raggiungere il padre mai conosciuto. Sogna aerei, città d’arte e musica. Padrone della sua lingua, La Ruina padroneggia anche il suo corpo, facendolo diventare quello di un sarto ingenuo e illuso che ha a che fare con la dittatura albanese.  Il mito dell’Italia però gli si scaglierà contro. Nei suoi umili panni di sarto, zoppo a una gamba, La Ruina è decisamente credibile. Incespica sui suoi passi e si aggrappa all’unica sedia che compone la scenografia. Siamo di fronte al corpo come emblema di una tragedia sconosciuta, esempio di vittima dimenticata.

Ingresso allo spettacolo con tessera Crea (costo 1 euro); biglietti interi 10 euro. Sono previste riduzioni.

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