“La Corte”, prova d’attore per Fabrice Luchini
Il film di Vincent attraverso una vicenda giudiziaria esalta il desiderio di vivere nonostante tutto
LA CORTE di Christian Vincent. Francia 2015
L'avevamo apprezzato due anni fa con “Molière in bicicletta” di Philippe Le Guay. Ora Fabrice Luchini torna alla Mostra del Cinema di Venezia interpretando Racine. Non stiamo però parlando di un altro dei padri del teatro classico francese - quello di “Atala” e “Fedra” - piuttosto del personaggio del magistrato Xavier Racine, soprannominato il giudice a due cifre per la sua severità a prova di intenerimento, che è poi il protagonista di “L’Hermine”, l'ermellino, dal tipo di pelliccia con cui è fatta la stola della toga, divenuto nella versione italiana “La corte”. Sceneggiatura e regia di Christian Vincent, il film fornisce un'ulteriore ribalta per l'ennesima prova d'attore (del resto il sessantenne regista aveva esordito nel lungometraggio proprio dirigendo Luchini in “La discrète”, 1990). A 64 anni Luchini è diventato forse l'attore più stimato di Francia, a suo agio nei toni leggeri come in quelli drammatici, nella farsa come nei testi classici. Una versatilità che non è da tutti, anche se qua e là Luchini indulge a una certa gigioneria propria di chi sa di essere bravo. Nel film, il giudice si imbatte in due fatti che lo mettono alla prova e ne modificano il comportamento intransigente: da un lato, un processo di infanticidio, una coppia di genitori di bassissimo ceto, lui accusato confuso, lei testimone sospetta; dall'altro l'incontro con Birgit, chiamata come giudice popolare nel suddetto processo, la stessa donna di cui lui si era innamorato sei anni prima, quasi in segreto, forse la sola donna che abbia mai amato. La vicenda personale del giudice serve però al regista per sciorinarci un intero specchio della società. L'aula del tribunale diventa dunque un teatro, con un pubblico, degli attori, una drammaturgia e un dietro le quinte. Un ordine prestabilito che attende solo di essere capovolto. Il luogo dell'oratoria, dove l'ascolto è fondamentale. Un posto dove alcuni padroneggiano la lingua e altri, a volte, non capiscono nemmeno le domande che vengono loro rivolte. Il film mostra che in un processo penale c'è tutto: l'angoscia umana, le riflessioni poetiche, i momenti di noia. Alla fine, ma non è detto, può vincere la verità. Non ne siamo mai del tutto certi. In questo contesto si muove il protagonista, perseguitato da un fantasma di un amore perduto che ricompare nei panni di un'anestesista. Ma, forse, anche dai fantasmi passati, presenti e futuri degli uomini che ha condannato. In coda a tutto ciò, forse la morale del film, trionfa il desiderio di vivere nonostante tutto, nonostante la classe sociale di appartenenza informi i sentimenti, nonostante la dittatura di una Legge a priori in cui finalmente si insinua l'essere umano. Una commedia che rifugge dai facili stereotipi del film di genere processuale e che decide di mettere alla prova compassione e comprensione del primo tra i giudici, lo spettatore.
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