Gianrico Tedeschi sul palco: a 96 anni mi diverto ancora
Al teatro Dadà di Castelfranco con “Dipartita finale” di Franco Branciaroli Con lui sul palcoscenico un altro “grande vecchio” come Ugo Pagliai
CASTELFRANCO. Gianrico Tedeschi, 96 anni, grande vecchio del teatro italiano, arriva domani (ore 21, biglietteria 059927138) al teatro Dadà di Castelfranco con "Dipartita finale", spettacolo di Franco Branciaroli che vede sul palcoscenico anche un altro monumento del teatro nazionale come Ugo Pagliai, Maurizio Donadoni e Sebastiano Bottari.
Gianrico Tedeschi di cosa tratta lo spettacolo?
«L'autore ci parla della realtà sgangherata in cui viviamo, narrata dal delirio di quattro barboni che, asserragliati in una baracca fatiscente sul greto del Tevere a Roma, credono di trovarsi in una capsula spaziale dove attendere la fine mentre la terra sta per essere inghiottita dal sole. Tutto ciò nell'ottica di una ricerca spirituale che si concluderà nello spettacolo con l'immagine del Cristo sulla croce. I rimandi teatrali qui sono molteplici, ma la griglia generale del titolo è il rifacimento di “Finale di partita” nel quale utilizziamo un linguaggio da cabaret».
Chi sono Pol e Pot, i due protagonisti?
«Pol è il corpo, la parte femminile, la carnalità. Pot è invece la mente, il maschile, la razionalità».
Cosa fanno i protagonisti sul palco?
«Litigano, battibeccano, si assistono a vicenda perché sono una coppia stralunata composta da un maschile e da un femminile sfregiato: questo ultimo personaggio è rappresentato da un Ugo Pagliai che lo raffigura divinamente».
Si diverte a recitare con gli altri protagonisti?
«Va detto che siamo ancora qua e questo mi diverte! Anche perché con Branciaroli, Donadoni e Pagliai non si può non divertirsi. D'altronde meglio stare sul palco che sul divano, ipnotizzato dalla tv».
Sul palco alla sua età è faticoso?
«È tutto sempre faticoso come una volta, ma bello».
Chi è un attore secondo lei?
«Penso a una grandiosa definizione: l'attore è un ipocrita, una persona che che mentendo dice grandi verità».
Quali personaggi ricorda con maggior gusto della sua grande carriera?
«Mi è capitato di interpretare personaggi come Capitano Shotover di Shaw, Peatchum di Brecht, il cardinale Lambertini, un'opera teatrale scritta da Alfredo Testoni nel 1905».
Come e quando iniziò?
«È passato molto tempo e ricordo che iniziai in una parrocchia, a Milano, avevo 15 anni».
Le piace l'offerta teatrale che oggi c'è nel nostro Paese?
«Così così a dire il vero. Secondo me mancano nuovi scrittori per il teatro, manca inoltre la consuetudine artigianale che dovrebbe nascere già all'età della scuola se il teatro fosse una materia obbligatoria come avviene ad esempio in Grecia e in Inghilterra».
Ha già recitato a Moden?
«Mi pare di sì, ma non mi ricordo in quale occasione».
Vuole dire, in conclusione, al pubblico modenese?
«Penso sia il pubblico a dover dire qualcosa a noi teatranti e non viceversa».
Stefano Luppi
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