Nel blu il respiro della vita
A Palazzo Ducale grande retrospettiva dedicata a Bortolotti
PAVULLO. È tensione di conoscenza dell'esistenza dell'uomo l'opera di Pietro Bortolotti (1950-2014) presentata fino, al 1 maggio, al Palazzo Ducale. Un'opera che dispiega un rapporto intenso con la figura umana, indagata nella pienezza emotiva e sensoriale, vitalità, capacità di mutazione nel tempo, nell' oscura germinazione interna. L'immagine rinserra stati d'animo del vivere contemporaneo, in un costante colore blu. Un monocromatismo variabile nell'intensità della luce, nei timbri, che ha accompagnato la vicenda creativa del pavullese, come suggerisce il titolo della mostra “viaggio al termine del mio blu”. Il blu si connatura con il respiro della vita, collegandosi alle differenti sensibilità, al cammino temporale di personaggi, anche famosi, di cui la pittura esprime “l'humanitas” nelle manifestazioni immediate e pulsioni profonde, nella comprensione dell'intimità. Vasta l'analisi sull'uomo offerta dalle sezioni della retrospettiva di oltre 200 opere, con due video: volti, corpi, animali, spettri, sofferenze, movimenti, frammenti, ritratti, musica, città. La vita, e quindi la ricerca, di Bortolotti è stata troncata improvvisamente due anni fa, ma «siamo di fronte - ricorda Paolo Donini, curatore della mostra - ad un'opera spezzata ma non incompiuta», in quanto essa sa fondere le esigenze dell'arte nell'esitenza, con una rete ampia di elementi di meditazione sull'uomo. La pittura apre finestre sui segreti dell'esistenza attraverso la dolorosa solitudine degli interni, i volti, i vestiti e gli oggetti della memoria, la pena di cui i volti trasfigurati si tramano, le metamorfosi dettate dall'aggressività, i disturbi narcisistici, le peregrinazioni oniriche, gli effetti angosciosi in corpi frammentati, la bellezza violata (nudi senza visi). All'analisi esistenziale l'artista non sottrae maestri del jazz, personaggi del mondo cultura e dell'arte (Jonesco, Eduardo De Filippo, Michel Foucault, Picasso, Jerome Kern, Eva Gabrielsson, Edoardo Chillida) e se stesso. Lo sgomento dell'effimero si fa strada nei guidatori nella città notturna. Il colore reca il pathos dell'esplorazione della caduca natura umana. Donini parla di una figurazione dialogante con i maestri contemporanei, da Francis Bacon a Lucian Freud, ma capace di una cifra specifica e di una sintesi sorprendente: la lezione della pittura classica, una luce caravaggesca, il dialogo con la fotografia e il cinema.
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