Prince: una grande passione in una collezione da record a Modena
Il manager modenese Massimiliano Manocchia è riuscito a raccogliere in oltre trent’anni più di settecento memorabilia tra cd, vinili, libri, riviste. «Era un autentico genio»
MODENA. Mentre la sua morte resta ancora ammantata di mistero (ci vorranno infatti settimane per l’esito dell’autopsia eseguita ieri) nel nome di Prince si stanno mobilitando i fan di tutto il mondo.
E a Modena, dove il musicista di Minneapolis tenne un concerto nel settembre 1988, ce ne è uno molto particolare che, negli anni, ha raccolto un’imponente collezione di memorabilia di oltre settecento pezzi. È Massimiliano Manocchia che racconta qui in prima persona la sua passione per l’artista e di come ha appreso della sua improvvisa scomparsa.
«L'assolo finale di “Purple Rain”. Bastò questo - racconta manocchia - ai miei provinciali 14 anni, per capire quanto la musica sarebbe stata importante nella mia vita. La musica di Prince, prima di ogni altra. Ne sono passati trentadue da allora, e ancora oggi quell’assolo continua ad accendere in me lo stesso fuoco devastante. A metà anni Novanta, quando la carriera di Prince era già in declino, sotto il profilo commerciale, ero arrivato a possedere (tra vinili, CD, libri, riviste e memorabilia varia) circa settecento pezzi".
"Li avessi venduti allora, quando Prince era il secondo o terzo artista più collezionato al mondo, ne avrei ricavato un piccolo patrimonio. Ma non ho mai voluto farlo. Erano e sono una parte di me. Come la sua musica. Che mi accompagna da sempre, in ogni istante, in ogni situazione: una “fontana zampillante” pura e inesauribile. Come la vita".
"Nel settembre del 1988, quando vi giunse con il “Lovesexy Tour”, Modena non lo accolse con grande entusiasmo e lui ripagò la città con la stessa moneta, regalando alle poche migliaia di spettatori del Braglia un'esibizione da minimo sindacale, giusto il compitino per onorare il contratto. In luglio, a Milano, aveva invece fatto esplodere un Palatrussardi talmente gremito che si faceva quasi fatica a respirare. Quello di Modena fu il mio terzo concerto di Prince. Il primo, indimenticabile, fu nel 1987 quando calcò per la prima volta il suolo italiano con il tour di “Sign O' The Times”. Da allora l'ho visto altre tre volte. Sei in tutto. Sei Prince diversi, sei declinazioni diverse del medesimo genio".
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"Mentre scrivo, è da poco passata la mezzanotte e in tv scorrono ininterrottamente i servizi sulla sua morte: le sue canzoni, i suoi video, gli omaggi di tutto il mondo, musicale e non. Eppure il grande pubblico e i media lo avevano dimenticato da più di un decennio. Prince non ha mai ceduto a compromessi, né coi suoi fan né col music business. All'epoca di “Purple Rain” era sulla vetta dell'Olimpo e avrebbe potuto restarci per almeno un altro paio di lustri senza versare una goccia di sudore (i suoi archivi, a Paisley Park, contengono un patrimonio di canzoni inedite stimato in un paio di migliaia)".
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"Invece - scrive Manocchia - scelse di percorrere sempre nuove strade, tortuose, piene di curve e dossi e accidenti, alcune senza via d'uscita, che avrebbero costretto chiunque a tornare indietro. Ma lui non tornò mai indietro: si costruì da sé le strade su cui far correre la sua musica. E questo, l'industria dello spettacolo non glielo ha mai perdonato. Poco fa, in televisione, ho sentito un giornalista definire Prince come “il dominio del talento sulla banalità del comune”.
"Sì, Prince era esattamente questo. Per me, almeno. E per chi, come me, lo ha seguito in una carriera musicale che ha toccato, almeno negli anni Ottanta, le vette della perfezione. E pazienza per i pur sempre spettacolari deragliamenti dei Novanta e i capricci autoindulgenti degli anni dieci del nuovo millennio: al genio si perdona tutto. Anche la morte».
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