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Atto quarto per “Il libro della giungla”

di Alberto Morsiani

IL LIBRO DELLA GIUNGLA di Jon Favreau. Usa 2016 Nel 1895, a trent'anni, Rudyard Kipling scrisse il celebre “Libro della giungla”. Nei racconti che lo compongono troviamo l'India dove Kipling nacque...

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IL LIBRO DELLA GIUNGLA di Jon Favreau. Usa 2016

Nel 1895, a trent'anni, Rudyard Kipling scrisse il celebre “Libro della giungla”. Nei racconti che lo compongono troviamo l'India dove Kipling nacque e soggiornò a lungo, con la sua natura prorompente, i suoi animali antropomorfizzati. E, soprattutto, troviamo il fondamento della morale dello scrittore vittoriano, ovvero la Legge, intesa non come legge della giungla del “vinca il più forte”, ma un sistema di valori assai pratico e non misterioso, a cui tutti, uomini e animali, devono sottostare. Il ragazzo Mowgly non può diventare un uomo se prima non apprende la Legge della giungla. Un individuo non può dirsi tale se non risponde a un sistema di valori riassumibili a grandi linee con coraggio, generosità, fedeltà, onore, obbedienza, rispetto per gli anziani. È questo il fulcro dei racconti favolistici della raccolta, e qui sta gran parte del fascino che ne ha fatto uno dei “romanzi di formazione” più amati dai ragazzi di ogni epoca, nonché il manifesto dello scoutismo. A tutto ciò si unisce una prosa suggestiva, intervallata da quelle “ballads” che per Eliot erano il vero pregio di Kipling. Ovviamente, il cinema si è impadronito del Libro, dandone finora quattro versioni. Il fatto è che ha privilegiato l'aspetto avventuroso-esotico su quello del racconto di formazione. Ha iniziato Zoltan Korda nel 1942 con una fantasia hollywoodiana vecchio stile, con animali semoventi oggi poco credibili, ma con un uso del technicolor che lascia ancora a bocca aperta. Il Libro è poi stato rifatto a cartoni animati dalla Disney nel 1967, con grandi canzoni e la divertente antropomorfizzazione delle bestie: il subdolo pitone Kaa, gli imponenti elefanti condotti dal trombone colonnello Haati, le scimmie dell'orango Luigi, Bagheera la pantera nera materna, lo spassoso paterno orso Baloo. Il divertimento disneyano annulla ogni ricordo dell'inquieto moralismo kiplinghiano limitandosi a proporre una irrisolta dualità tra due “maestri di vita”: la responsabile pantera o l'orso spensierato? Con un seguito, brutto, del 2003. Ora, la quarta versione, la terza disneyana, che si butta a capofitto negli effetti speciali digitali e nel “live action”, la coesistenza cioè nella stessa inquadratura di un ragazzino seminudo e di bestie feroci e meravigliose, nell'ottica di un realismo immaginario che è la proposta del film. Così, Kaa e re Luigi, ad esempio, assumono ora proporzioni gigantesche contribuendo a formare una venatura horror che è l'altra novità della versione 2016. Jon Favreau, messo alla prova già in “Vita di Pi” (anche lì, una tigre), si esibisce in sequenze estremamente fisiche e dinamiche. Per il resto, bufali al posto degli avvoltoi, un Kaa sempre più mellifluo, Shere Khan sempre più malvagia. E il 3D, naturalmente, ad enfatizzare l'azione e l'emozione mista a paura dello spettatore.

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