Gazzetta di Modena

Al Teatro dei Segni di Modena il mito del Minotauro con Zaches Teatro

di Serena Fregni
Al Teatro dei Segni di Modena il mito del Minotauro con Zaches Teatro

Ultima giornata per il festival “Trasparenze”. Stasera, 8 maggio, alle 20.30 al Teatro dei Segni andrà in scena “Minotauro” della compagnia Zaches Teatro, diretto da Luana Gramegna. Il mito classico...

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MODENA. Ultima giornata per il festival “Trasparenze”. Stasera, 8 maggio, alle 20.30 al Teatro dei Segni andrà in scena “Minotauro” della compagnia Zaches Teatro, diretto da Luana Gramegna. Il mito classico del Minotauro, il labirinto, Teseo ed Arianna rivivono in questa opera, riadattata per un pubblico giovane, dai 10 anni in su, dove la storia, il mito e la tragedia portano lo spettatore in un mondo fatto di arte, musica e simboli, che risuonano per tutto lo spettacolo. La regista Luana Gramegna racconta la genesi e lo sviluppo dello spettacolo.

Luana, come avete adattato la tragedia di Minotauro?

«La versione che portiamo al festival è un lavoro che indaga il mito greco classico, nello specifico è il mito del Minotauro, del labirinto, di Arianna e Teseo e si rivolge ad un pubblico di ragazzi perché anche il mito che abbiamo scelto ci sembrava quello che più potesse avvicinarsi alla metafora della condizione dell'adolescente; quindi nel Minotauro abbiamo visto l'uomo non ancora formato, quindi la condizione del diverso, dell'emarginato che trova il suo antagonista, ovvero il simbolo dell'eroe, Teseo, l'idealizzazione della bellezza e il diventare adulto. Il lavoro racconta proprio il viaggio iniziatico che l'eroe Teseo affronta fino ad arrivare alla parte più intima di se stesso dove si deve rispecchiare con un'altra creatura e uscire dal labirinto come da una morte con una rinascita simbolica».

Come siete riusciti a creare uno spettacolo adatto anche per i più giovani?

«Ci siamo dati come punto fermo quello di raccontare il mito rimanendo fedeli al racconto del mito, perché il mito è racconto, parla ai ragazzi e questo grazie al nostro punto di partenza, ovvero le raffigurazioni, l'immaginario che ci è arrivato di quel mondo antico. Parliamo delle statue, dei bassorilievi, tutta l'arte iconografica riferita a quel periodo storico. Si parte da quelle per rompere la forma e andare oltre e scoprire l'uomo che sta dietro, l'uomo con tutte le sue contraddizioni».

Uno spettacolo dove avete utilizzato anche simboli e maschere...

«La maschera è un elemento con cui abbiamo sempre lavorato e per noi è uno strumento che apre una porta verso un'altra dimensione, non realistica, non una dimensione legata all'umano ma ad una sfera sacra, quindi mi riferisco proprio all'uso della maschera fatta proprio nell'antichità dallo sciamano. In questo lavoro quindi la maschera viene utilizzata in questo modo. Cerchiamo di dare una doppia dimensione, tra l'umano e il divino».

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