Baracchi: teatro come catarsi per cercare il senso della vita
La docente dell’Università Bicocca introduce gli spettacoli con brevi conferenze in cui illustra il senso di ogni singolo “atto” del grande “ritratto” voluto da Latella
MODENA. Continua al Teatro delle Passioni il progetto teatrale diretto da Antonio Latella “Santa Estasi. Atridi: otto ritratti di famiglia”. Ultima replica oggi alle 17 per “Agamennone”, per l'adattamento teatrale di Riccardo Baudino, mentre da martedì 10 maggio andrà in scena “Elettra”, adattato da Matteo Luoni. Nel prossimo fine settimana, in una due giorni teatrale che inizia sabato 14 maggio alle 11, saranno poi presentati tutti e otto gli spettacoli che formano questo ciclo, e la maratona sarà poi replicata anche sabato 11 giugno. Claudia Baracchi, docente di Filosofia Morale e di Filosofia della Relazione e del Dialogo presso l'Università di Milano Bicocca, introduce ogni spettacolo con una breve conferenza presso il Teatro delle Passioni ogni mercoledì alle 18.30. A lei chiediamo una lettura su alcuni concetti che riguardano il mondo antico.
Prof.ssa Baracchi, il ciclo si intitola Santa Estasi. Che cosa si può dire sull'estasi?
«Nel mondo antico la parola “ekstasis”, che letteralmente significa stare fuori, sottintende lo stare fuori di sè, dunque essere in estasi significa stare fuori, stare al di là di sè stessi. Questa è una pratica connessa alla divinità di Dioniso, al teatro, alle pratiche misteriche e ha a che fare con la formazione dell'umano. Come dire, la ekstasis è una pratica di apertura e di uscita da sè, che implica poi un ritorno in sè, per cui ciò che noi siamo viene ridisegnato, riconfigurato, in modo che alla fine si produce un cambiamento. Detta in altre parole, l'esperienza ci cambia nel profondo. E qui entra in gioco anche il discorso del teatro come catarsi, come forma di purificazione che non significa solamente espulsione di sentimenti scomodi e difficili da integrare, vuol dire purificazione ottenuta grazie ad un approfondimento, a un andare dentro di sè e fuori di sè, in un modo che normalmente, nella vita quotidiana, non è possibile».
Ha parlato di Dioniso, che significato ha questa figura?
«Dioniso è il Dio che soffre lo smembramento e che sempre ritorna, in un certo senso è un Dio a metà tra la divinità e l'umano, perché è un Dio che conosce la sofferenza, conosce la morte, conosce il patimento. Ci sono in questo senso dei paralleli con la figura di Gesù. Dioniso è la figura della vita insopprimibile, della vita invincibile, che non è la vita contrapposta alla morte, come per noi mortali, che concepiamo questa dualità come insuperabile. Dioniso è dunque il dio che conosce la morte, ma è anche il dio che morendo si ricongiunge col profondo, e da questo affondo nell'indicibile, nello smisurato, nel buio, trae risorse per rigenerarsi. Questa è una metafora per il teatro. Il teatro che cosa è se non una luce che si accende nel buio. E oggi ancora di più nelle sale cinematografiche. Si va al buio per assistere a questa cosa sconvolgente che è l'emergere di immagini, la luce».
Un modo per trovare il senso della vita?
«Sì, nel mondo antico c'era una capacità di travalicare l'Ego al fine di rigenerarlo e dargli nuovo nutrimento e nuova radice profonda. Oggi viviamo, in un certo senso, dal punto di vista culturale, la situazione opposta, in cui le strutture dell'io sono fisse e diventano un luogo di controllo, un modo di autoaffermazione dogmatica della centralità del “me”, dell'umano che io sono, in netta separazione dall'altro da me. Nel contesto antico, invece, questa dicotomia non c'è, perché c'è invece una compenetrazione tra l'umano e l'inumano, tra il limite e l'illimitato, tra la figura egoica e quella dell'eccedenza. È chiaro che non può esserci antropocentrismo perché non può esserci una centratura fissa».
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