Gazzetta di Modena

“La Foresta dei sogni”: Gus Van Sant raddoppia

di Alberto Morsiani
“La Foresta dei sogni”: Gus Van Sant raddoppia

Simile al precedente “Gerry” il film non ne ha il fascino ma non merita le stroncature che ha incassato

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LA FORESTA DEI SOGNI di Gus Van Sant. Usa 2015

Chissà se qualcuno se ne è accorto, ma il film è in pratica il remake di un altro lavoro di Van Sant, Gerry (2002). Certo, non è affascinante ed ipnotico come era quello, non c'è neppure la musica del grande Arvo Part. Però, la storia è piuttosto simile. In Gerry, due amici, chiamati entrambi Gerry a sottolineare che in fondo si tratta di un Doppio, si perdono in un sito desertico dove si erano recati per una escursione a piedi. Un altrove lunare, in cui i due camminano fino allo sfinimento, celebrando il dissolvimento esistenziale all'interno della grande wilderness americana (la Death Valley). Un viaggio di purgamento e di terapia dell'anima, che si concludeva con la morte di uno dei due e la salvezza dell'altro. Chiaramente, Gerry lascia dietro di sé, disteso sulla sabbia, l'Altro che è poi la parte del sé che soffriva, cedeva e dubitava. Alla dimensione religiosa e metafisica contribuisce, naturalmente, anche il contesto austero e sublime: una wilderness remota e trascendente di vette e piane desertificate. L'archetipo del cammino e del viaggio come esperienza di vita si incrocia con quello, simbolicamente altrettanto ricco, del deserto. Ora, in La foresta dei sogni, non c'è più l'America e non c'è più il deserto, sostituiti rispettivamente dal Giappone e da una sterminata selva alberata dove si dice soggiornino gli spiriti e dove le persone disperate vanno per suicidarsi. Ma la sostanza non cambia. Anche qui, il protagonista è sdoppiato in due: da una parte l'americano Matthew McConaughey, dall'altro il giapponese Ken Watanabe. I due si perdono insieme nella gigantesca foresta, che naturalmente ha molto della Divina Commedia dantesca, la selva oscura in cui ci si perde per ritrovarsi. Come in Gerry, solo uno dei due la scamperà, l'altro rimane indietro, il suo corpo non viene ritrovato, letteralmente “scompare”, ma la sua funzione simbolica, di nuovo, è quella di uno scarto della parte sofferente, dubbiosa e debole del protagonista, oberato dalla recente perdita della moglie per cancro, e che si era recato nella mitica foresta proprio per farla finita ingerendo un flaconcino di pillole. Purtroppo, a differenza di Gerry, Van Sant non ha il coraggio di rimanere concentrato sul cammino nella foresta purgatoriale, in attesa della “salvezza” finale nel Paradiso che appare sotto forma di una torretta di avvistamento, ma si lascia andare a una serie di ripetuti flashbacks della vita precedente della coppia, che alterna alle scene dell'attualità. I falshbacks sono debolissimi, oberati da un dialogo di grande banalità, e tolgono intensità all'allegoria onirica della parte della selva. Il desiderio di morte del protagonista si trasforma, alla fine, in una sorta di rinascita new age, in una accettazione del lutto e in una riscoperta del Sé. Non certo il miglior Van Sant, va detto, ma neppure la boiata pazzesca che quasi tutti i critici hanno sentenziato.

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