Corpo e anima della pittura
Alla Galleria Annovi “prove di immagine” di Nicola Nannini
SASSUOLO. Le chiama “prove di immagine” le figure che Nicola Nannini fa “sfilare” sulle pareti della Galleria di Sergio Annovi, in via Radici in Piano 12, quasi a sostenere la difficoltà dell'artista, di conoscere e rivelare appieno l'universo dell'uomo. L'intento del bolognese (studi all'Accademia della sua città e docente all'Accademia Cignaroli di Verona) è quello di verificare l'infinita varietà dei caratteri ai quali adegua l'unicità di ogni quadro, concepito come “ritratto” che la pittura nutre di sangue e carne. Non è estranea al suo modo di operare l'esigenza di stabilire un autentico rapporto tra arte e vita che solo la pittura può garantire. E per lui amare la pittura significa amare “follemente ciò che sta dietro la pittura: il disegno, il gesto incerto, l'errore, il ripensamamento”, che Nicola pratica con grande familiarità. A lui non interessa tanto la puntigliosa definizione di ritratti di amici, conoscenti, diverse persone che si incontrano tutti i giorni, quanto la partecipazione, profondamente avvertita, alla loro condizione, da registrare con una tavolozza che non stemperi la concretezza, ma sia capace di esprimere la quotidianità, con i travagli esistenziali, le silenziose lotte interiori. Così le immagini si connotano di una corposità figurativa, ma vengono immerse, con pennellate dense o lievi che formulano liberi guizzi cromatici e segnici, in un flusso di possibili cambiamenti, in elementi che paiono moltiplicare gli sviluppi non solo estetici. La curatrice della mostra Alessandra Radaelli parla di «volti definiti e talvolta appena accennati; in qualche caso ispirati alla più realistica pittura etrusca e in altri casi privati financo degli occhi, come le statue greche». È affermare la continuità della tradizione, al cui interno si pone la pittura di Nannini che sa scrutare anche dentro le anime degli antichi e del nostro tempo, come quelle di personaggi in fila davanti ad un autobus che sembrano pensare all'assurdità di una vita senza illusione, senza speranza né amarezza. E la presenza di Golem, grande statua in legno di tiglio e patina di colore (con studi su carta e teste di argilla), costata sei mesi di lavoro, s'impone come esigenza dell'artista di affermare un lavoro esperto e consapevole anche nella scultura, e una diversa tensione conoscitiva verso una primordiale creatura quasi mitica, alla quale Nannini conferisce un'anima.
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