Modena. Peter Brook: spietata analisi dell’individualismo odierno
Al Teatro Storchi Jared McNeill, uno degli interpreti dell’opera, guida nella lettura di “Battlefield” nuovo lavoro del Maestro che riprende il celebre poema epico Mahabharata
MODENA. A distanza di trent'anni dal suo Mahabharata, opera monumentale che nel 1985 sconvolse il Festival di Avignone, il Maestro della scena internazionale Peter Brook torna con Battlefield, il celebre poema epico indiano, domenica 29 e lunedì 30 maggio al Teatro Storchi. Lo spettacolo è in inglese con sottotitoli in italiano. Un grande affresco sull'esistenza umana dove ritroviamo espressi, in modo moderno e incalzante, i quesiti della nostra vita attraverso il racconto della grande guerra fratricida che dilania la famiglia Bharata. Da un lato ci sono cinque fratelli, i Pandava, dall'altro i loro cugini, i Kaurava, i cento figli del re cieco Dritarashtra. Brook - particolarmente toccato dalla degenerazione ecologica e umana dei nostri giorni, ma sempre in cerca di nuova speranza - interroga ancora una volta la stratificazione di quel testo, come un oracolo. Abbiamo chiesto a Jared McNeill, uno degli interpreti, di addentrarsi con noi, in un'opera così complessa.
Qual è il ruolo dell'ego in Battlefield?
«Credo che l'ego in Battlefield sia lo stesso della vita. Credo ci siano due facce dell' ego: una che porta all' invidia, alla cupidigia, all'ambizione insidiosa; e poi un' altra che potrebbe essere più appropriatamente caratterizzata come l'orgoglio, nel senso di autostima che ci porta semplicemente a rotolare fuori dal letto la mattina. Eppure, fin dall'inizio della messa in scena, ci accorgiamo che queste due parti non sono sufficienti. Vediamo due lati di una famiglia distrutta dalla violenza. Una violenza iniziata dall'ego. Ai sopravvissuti resta un quesito: a cosa è servito questo spargimento di sangue? L'ego è insoddisfatto sotto ogni punto di vista. Nessuna vittoria, nessun riconoscimento, ricompensa, o espiazione, sembra essere sufficiente. Ciò significa che ci dev'essere qualcosa di molto più essenziale e sottile, dell'ego nel condurci nella vita. L'ego è implicato con l'immagine costruita di noi stessi e può diventare una sorta di prigione. Ma la nostra immagine costruita può riconoscere se stessa in un posto che non riconosce più, quando un grande re ha perso tutto quello che trova prezioso? Quando un uomo che cerca la pace è circondato dalla morte? Quando una madre amorevole deve guardare che i suoi figli si uccidono l'un l'altro? Ora, come possiamo alzarci dal letto al mattino?».
Quali sono state le maggiori difficoltà nell'adattare un testo epico ai giorni nostri?
«Quella di trovare l'equilibrio tra il mantenimento del senso e lo spirito di questo pezzo epico, ma anche di fare tutti i cambiamenti necessari nel testo per renderlo comunicabile. Parlando proprio del testo, che è stato esaminato da Peter, Marie, Helene e Jean-Claude, penso che abbiano fatto un ottimo lavoro di ricerca senza stravolgere la gravità del testo nel suo complesso».
Qual è il sentimento predominante in questa rappresentazione?
«Il concetto di “integrità” come individuo. L'individualismo che ci pervade ora non ci permette di vedere o raggiungere lo scopo dell'esistenza stessa».
Cosa desidera che il pubblico si ricordi?
«Non vorrei che si ricordassero nulla così come che non si dimenticassero nulla. Semplicemente vorrei che conservassero ciò che è più attinente alla loro realtà e vedere dove questo può condurli».
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