Gazzetta di Modena

“Crisotemi” al Teatro delle Passioni: epilogo cristallizzato dentro la memoria

di Linda Dalisi *
“Crisotemi” al Teatro delle Passioni: epilogo cristallizzato dentro la memoria

“Se avessi tante vite ne consacrerei una al teatro” scriveva Simone Weil tra i suoi appunti. Questo voler essere “tanto” trova una corrispondenza nel desiderio immortale di essere, di avere un posto...

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MODENA “Se avessi tante vite ne consacrerei una al teatro” scriveva Simone Weil tra i suoi appunti. Questo voler essere “tanto” trova una corrispondenza nel desiderio immortale di essere, di avere un posto tra gli eroi, immaginato per Crisotemi, sorella di Oreste, Elettra e Ifigenia. Ma mentre il desiderio di tanta vita si tramutava in azione nella profetica Weil, in Crisotemi si cristallizza in attesa. Quindi in memoria. Memoria di ciò che è stato e di ciò che non è potuto esistere.

Siamo all'ultimo capitolo del progetto Santa Estasi, e al suo epilogo. Abbiamo iniziato in Aulide con una tavola spoglia circondata dai protagonisti della storia, finiamo con una tavola imbandita ma senza commensali: solo Crisotemi al suo posto e, a capotavola, Agamennone, il capofamiglia, o il fantasma di lui. Abbiamo iniziato con Tieste che, ignaro, mangia i suoi figli trucidati e cucinati dal fratello Atreo, qui i fornelli sono accesi, l'acqua bolle, lo spettro di quei bimbi dell'inizio si fa divinità per confondersi con quello dei Dioscuri. In Aulide il vento si era fermato, le vele dormivano con la pancia vuota, qui in una Argo fuori dal tempo, i grilli notturni raccontano una brezza in arrivo. Come si fa a raccontare l'attesa nei secoli di un personaggio che vuole essere ricordato, riscritto, scoperto? Con un infinito silenzio o, se quel silenzio va rotto, con un ruscello di parole che in vortici si arrotolano su se stesse, al servizio di tutto ciò che c'è stato prima; così nasce questo epilogo. L'ultimo quadro degli otto dedicati alla stirpe degli Atridi è come una rete da pesca gettata sul naufragio della dinastia: raccoglie memoria, frammenti, eco; raccoglie i cinque mesi di lavoro (due alla Corte Ospitale di Rubiera e i restanti a Modena). Crisotemi stessa è come quella rete e trasforma tutto ciò che trova; ha osservato gli attori/eroi bambini mentre tra i portici della Corte Ospitale giocavano a “un due tre stella” sognando per se stessi un destino grandioso, e specchiandosi in quei giochi ha ritrovato i suoi fratelli e la sua infanzia, le filastrocche ripetute con Elettra, “uno Zeus, due Metis, tre…”. Poi gli attori/eroi diventati grandi e carichi del loro vissuto hanno gozzovigliato con le teste nei piatti vuoti concertando su spartiti tintinnii, risate e pianti fino a un'oscena gara di barzellette e di quell'adagio rumoroso, minuetto lacrimoso, andante fragoroso, rimane in Crisotemi l'immagine di un ferragosto sognato in compagnia della famiglia riunita. Lei ha visto e vede al di là di ciò che vede, vicina a Cassandra per maledizione e solitudine; non sa di essere “profetessa che non parla”, che solo può osservare e immortalare oggetti, suoni, mosche, puzze di letame dei campi circostanti. La corsa di Ifigenia avanti e indietro nello spazio, vista durante le prove, diventa una danza del Cigno, e così tutto quello che si è sperimentato, tante cose viste, incluse quelle lasciate cadere, si trasformano, nella visione di Crisotemi, in altrettanti ricordi inventati: il medley di canzoni in gara maschi contro femmine, la corsa nei campi ripetendo il greco e il latino, le pantomime, le votazioni per la foto migliore, la nebbia, il sirtaki, i bastoni di legno che sempre da che mondo è mondo si fanno armi per la guerra di bambini. Tutti “ricordi della vita irreale” per Crisotemi che sta lì e aspetta, ricordi dal futuro, anticipazioni di un passato andato. Tutto vivo e vivido come le bolle dell'acqua sul fuoco, il rosso del vino, il suono delle cicale nella pineta accanto allo scivolo per le navi nel porto di Nauplia. Crisotemi aspetta, fa il giro del tavolo prendendo il posto di tutti, desiderosa di quelle tante vite che ha ammirato. Tiene in vita tutto, per primo il fantasma del padre che siede al tavolo con lei, con l'eco della danza fino alla fine dell'amore di sua sorella Elettra, e memore degli incubi di Oreste che tutti ha incontrato nella discesa agli inferi. Il grande omphalos intorno al quale tutti i familiari si riuniranno finalmente, è il culto delle radici, la cultura del tramandare a tutti i costi, il rito del racconto: cannocchiale per le nuove generazioni, arma contro un potere troppo oscuro e invincibile. “Se avessi tante vite ne consacrerei una al teatro”.

* drammaturgo

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