Collini e Reverberi: rap colto e politico
I musicisti sul palco di Soliera hanno presentato il loro primo cd “Austerity”
SOLIERA. In tour per il lancio del nuovo album “Austerità”, si è esibito ieri sera alla Festa del Racconto il duo Spartiti. Live da piazza della Repubblica, il duo composto da Max Collini (Offlaga Disco Pax) e Jukka Reverberi (Giardini di Mirò, Crimea X e molti altri progetti) ha presentato il primo album nato da un sodalizio che prosegue da alcuni anni, che ha visto i due artisti impegnati principalmente in esibizioni live, mettendo insieme oltre sessanta esibizioni in Italia e all'estero. Sono apprezzati per lo stile originale, un rap recitato dalla voce di Max Collini e accompagnamento alla chitarra elettrica di Jukka, in cui spicca l'assenza di drum machine e batterie, lasciando il compito delle ritmiche esclusivamente ai campionamenti. Le loro sono creazioni politicamente impegnate e i testi si arricchiscono di suggestioni letterarie colte in un equilibrio coerente con l'idea che «la musica è politica prima nei modi in cui si propone che per suoni e contenuti». A spiegare il progetto è lo stesso Collini.
Il titolo “Austerità” che valenza ha?
«La parola “austerità” viene usata ormai da molti anni con un taglio legato agli aspetti economici, ma ormai ha assunto una connotazione negativa che la parola in sè non merita, secondo me. Il riferimento ideologico principale a cui noi invece pensiamo affonda negli anni '70, dal Pc di Berlinguer, dove l'austerità voleva significare che la classe operaia era pronta per governare questo Paese sulla base dei suoi propri valori e sulla capacità di farsi classe dirigente del paese. L'austerità era uno dei modi per poter fare questo immaginando un Paese con una distribuzione di ricchezza diversa da quella presente, per creare una società più equa. Noi non abbiamo l'ambizione di cambiare il mondo, ma il nostro punto di riferimento è quello. Ora cerchiamo piuttosto di fare in modo che il mondo non cambi troppo noi stessi».
Come sono nati i testi?
«I testi nascono da racconti, e il nostro modo di porli è un modo molto particolare di fare teatro-musicale. Sono nove brani, sei scritti da me e tre da altri autori. Di solito nei pezzi scritti da me c'è sempre un tratto autobiografico forte, che però si riallaccia a un sottofondo storico, o politico o culturale. Per esempio un brano come “Vera” è immerso nella metà degli anni '80 con quello che accadeva, con una storia che si costruisce attorno a due protagonisti».
La musica?
«Jukka è principalmente un chitarrista, in una operazione come questa lui però assume il ruolo di costruire sulle narrazioni una colonna sonora che le accompagni, amplificando, con le suggestioni sonore, gli stati d'animo, le atmosfere emotive e il senso delle storie».
Qual è stato il vostro percorso artistico?
«Abbiamo fatto un percorso diverso dal comune. Gli artisti generalmente preparano un album in studio e poi lo vanno a suonare. Noi abbiamo fatto il contrario, mettendoci in discussione di fronte al pubblico. Abbiamo girato per due anni in Italia, abbiamo costruito la nostra identità, il nostro modo di stare assieme come artisti e persone, e solo alla fine abbiamo fatto un disco in studio. I concerti sono serviti anche a costruire un pubblico. Nel frattempo abbiamo fatto uscire una registrazione live per lasciare un ricordo del concerto a chi veniva ad ascoltarci. Ma il primo album ufficiale è “Austerità”».
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