Zerocalcare spiega i fumetti che parlano di combattenti curdi
CARPI. Michele Rech, noto come Zerocalcare, è stato protagonista, martedì sera al circolo Kalinka di Carpi, di un incontro in cui ha presentato il suo ultimo lavoro, “Kobane calling”: 250 tavole con...
CARPI. Michele Rech, noto come Zerocalcare, è stato protagonista, martedì sera al circolo Kalinka di Carpi, di un incontro in cui ha presentato il suo ultimo lavoro, “Kobane calling”: 250 tavole con cui il fumettista di Rebibbia ha raccontato i suoi viaggi nella città, quasi interamente circondata dall'Isis, situata sul confine turco-siriano, nella zona denominata Rojava. Impacciato come chi è più a suo agio nell’esprimersi su carta, ma anche irriverente, brillante e dotato di grande profondità di pensiero, Zerocalcare ha scelto la città che ospita presso l’Ospedale Ramazzini quattro cittadini curdi gravemente feriti, ansiosi di proseguire il loro impegno di combattenti. “Kobane calling” è meta di un percorso artistico nato quando Michele era un adolescente. «Scelsi nel 2000 un nome originale - racconta - Se mi fossi immaginato di presentarmi a 33 anni ancora come Zerocalcare ci avrei pensato meglio. Stavo partecipando a una discussione su un sito e dovevo scegliere un nick name. In quel momento passava una pubblicità su un prodotto anticalcare: l'ho tenuto».
Parli spesso della rabbia della tua generazione. Ti senti etichettato?
«Ho iniziato con le fanzine per i gruppi punk, dopodichè ho sempre realizzato cose interne alla mia “riserva indiana”: erano storie politiche e credevo difficile che potessero essere dirette a qualcuno al di fuori dei centri sociali. Poi nel 2011 ho cominciato a raccontare storie personali: mai avrei pensato di rappresentare persone così lontane, per interessi, da me. Invece molti si sono identificati. Tuttavia, non mi sento un cantore generazionale: non racconto tutta la mia vita, figuriamoci se posso riuscire a riassumere tutta la mia generazione».
I tuoi li definisci “disegnetti”. Hai punti di riferimento?
«Faccio cose molto semplici, non sono affreschi e temo che le persone che mi hanno influenzato, siano talmente più alte di me da un lato da sembrare presuntuoso, dall’altro che si vergognino di essermi accostati. Amo Gipi (“La mia vita disegnata male”) e il francese, Manu Larcenet (“Lo scontro quotidiano”). Per la resa dei visi, mi ispiro decisamente a Dragonball».
Perché un armadillo come amico immaginario?
«Mi serviva una voce che personificasse la mia coscienza. Nelle mie storie sono spesso solo in camera: senza di lui i miei pensieri sarebbero sembrati didascalie. Poi l’armadillo si rinchiude su se stesso, è l’animale sociopatico per eccellenza: mi sembra adatto».
Da Rebibbia a Kobane.
«Non è stato un viaggio da fumettista, ma di interesse personale: mi sono avvicinato ai centri sociali negli anni ’90, quando il presidente del Pkk arrivava a Roma. Quando l’assedio di Kobane ha riportato i curdi sotto i riflettori, ho scoperto la rivoluzione del Rojava. Paradossalmente il libro è nato da un compromesso: lavoravo con Internazionale e in cambio di un pezzo di carta che mi tutelasse, attestando che ero giornalista, ho promesso un fumetto al mio ritorno. Sono stato sempre scettico sulle cose lontane da noi, che leggiamo con un senso di fascinazione per l’esotico, ma là ho trovato il divario tra realtà e retorica. Il protagonismo femminile, la convivenza tra culture e religione, sono vere: non solo come dichiarazione d’intenti per il futuro, ma già nel quotidiano. Difficoltà nel trasporlo in fumetto? Non volevo dare nulla per scontato: ho dovuto trovare l’equilibrio per spiegare senza appesantire».
Valeria Cammarota
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