Gazzetta di Modena

visti da morsiani

Un film sull’India che pecca però di manierismo e tanta retorica

di Alberto Morsiani

TRA LA TERRA E IL CIELO di Neeraj Ghaywan. India/Francia 2015 Ci sono due cinematografie indiane. Una, rivolta al mercato interno e a quello del terzo mondo (soprattutto Africa e Oriente), che...

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TRA LA TERRA E IL CIELO di Neeraj Ghaywan. India/Francia 2015

Ci sono due cinematografie indiane. Una, rivolta al mercato interno e a quello del terzo mondo (soprattutto Africa e Oriente), che propone i famosi lunghissimi polpettoni riempiti fino all'orlo di canzoni, balli, duelli, romance, luoghi esotici eccetera, più nota come Bollywood. L'altra che propone film d'impegno sociale, rivolta essenzialmente al mercato dei festival occidentali, e dunque pensata per offrire una certa immagine del subcontinente. Qualche volta, questi film “d’autore” riescono anche a forare la cortina dei festival e, forti di un qualche premio, ad essere distribuiti nelle sale occidentali. È il caso di questo “Tra la terra e il cielo”, che venne presentato al Certain Regard di Cannes 2015, coprodotto dai francesi. È un chiaro tentativo di offrire uno spaccato dell'India contemporanea divisa tra rispetto della tradizione e apertura al nuovo, abuso e rispetto delle donne, mondo giovanile irrequieto e anziani conservatori ma attenti all’onore, arcaica sacralità pervasiva e ingresso trionfale nel mondo digitale. C'è praticamente tutto, in questo film costruito come un mosaico di storie, protagonisti alcuni abitanti della città sacra di Benares, sul Gange (nella scelta della location è chiaro il desiderio di offrire allo spettatore occidentale uno dei must dell'India turistica, la città fluviale dei mille templi, dei ghat, delle pire su cui vengono bruciati i cadaveri - chi se lo può permettere, gli altri vengono scaraventati nelle acque torbide del Gange, ma questo il film stranamente non lo dice. Chi scrive è stato tante e tante volte in India, ovunque, e ha anche scritto qualche anno fa un libro sul cinema indiano. Forte è dunque la tentazione di vedere con sospetto un film che sembra essere stato costruito a tavolino per solleticare le attese dello spettatore europeo, titillando una serie di tematiche che possono farlo indignare o commuovere, dalla descrizione dei sacri riti (ovviamente ricostruiti, non reali) alla discesa negli inferi di una giovane donna sfortunata, dalla gioventù in trappola che sceglie il suicidio alla polizia corrotta agli anziani ormai fuori posto eccetera. Modernità e tradizione si contendono la scena, ma il film è statico, la regia lagnosa, i personaggi tendono a diventare altrettante figurine di un presepe in cui a ciascuno è assegnato un posto preciso. Ci voleva più tensione drammatica, una regia più nervosa, soprattutto la capacità di selezionare e scegliere con radicalità le cose da mostrare, magari adottando un punto di vista meno ecumenico (nel film, tutti in fondo hanno le loro ragioni, perfino il poliziotto persecutore).

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