Memoria, Festival in progress «Un successo da tenere vivo»
Il presidente del Consorzio, Albarani, tra bilanci e progetti di crescita per il futuro «Debutto super: ora allargare le basi e non lasciare vuoti prima dell’edizione bis»
MIRANDOLA. Il Memoria Festival, alla sua prima edizione, ha movimentato il panorama culturale estivo della Bassa. A distanza di qualche giorno, abbiamo chiesto un bilancio a Giuliano Albarani, presidente del Consorzio per il Memoria Festival.
Albarani, i numeri dicono che la prima edizione del Festival è stata un successo. Se lo aspettava?
«Alla luce del programma, caratterizzato da ospiti e iniziative di prestigio, e della altissima professionalità di chi ha lavorato prima alla progettazione, poi alla realizzazione del Festival, rispondo di sì. Sarebbe però ipocrita dire che la straordinaria risposta della città e del pubblico era stata preventivata. Le prime edizioni di rassegne come queste presentano sempre delle incognite».
I migliori ingredienti di questa riuscita ricetta?
«Dal punto di vista, diciamo così, dell’offerta ha funzionato l’idea che un evento come il Memoria Festival non è fatto solo per gli appassionati di una materia specifica o per confermare le cose che si sanno. Chi è venuto a Mirandola ha risposto a un’idea itinerante e curiosa di sapere e di cultura, fatta di contaminazioni disciplinari e di intrecci fra linguaggi, da quello più tradizionale delle conferenze a quello della musica. Il secondo ingrediente, decisivo, è stato il desiderio diffuso di vivere un centro storico ferito ma non piegato dal terremoto. Un desiderio che ha accomunato mirandolesi e non solo mirandolesi, che hanno partecipato con un compiacimento, una gioia di esserci, che non mi era mai capitato di riscontrare».
Perché il tema “memoria” piace così tanto?
«Perché percepiamo che la memoria è importante, componente decisiva dell’identità degli individui e dei soggetti collettivi. Perché la memoria costruisce ponti, non muri: ponti tra le fasi della nostra vita, così come ponti fra persone diverse che condividono frammenti di un passato comune. Perché, infine, abbiamo la percezione che la dittatura del presente, il fatto che sempre meno si riesce a gettare uno sguardo sulla lunga durata del futuro, sempre meno si riesce a progettare, è il frutto della mortificazione della memoria. Per questo, in quanto spesso bistrattata, la difendiamo».
Ci dica la sua, quali interventi l'hanno colpita di più?
«Facile citare il bagno di folla del sabato pomeriggio, per Corrado Augias, Carlo Verdone e Roberto Vecchioni. Oppure lodare la straordinaria qualità dei concerti, di Danilo Rea, dell'Orchestra La Notte della Taranta. In verità il riscontro più impressionante è stato quello di iniziative apparentemente minori che hanno conciliato qualità e partecipazione. A sentire lo storico Paul Ginsborg parlare della malinconia dei patrioti risorgimentali (non esattamente un tema di massa...) c’erano più di cento persone che in silenzio prendevano appunti...».
Ce l’ha qualche “dietro le quinte” da raccontare?
«Parto da un aneddoto. Intervento del bravissimo Valerio Magrelli, la prima sera, sul tema Memoria e Poesia. Il relatore fa riferimento alla prima teorizzazione dell’arte della memoria, nella Grecia antica. Ha dimenticato il nome dell’autore di questa teoria. Interviene una giovane - una studentessa - che soccorre Magrelli. “Simonide di Ceo!”, esclama. Un bell’esempio di memoria (e conferenza) cooperativa... Il secondo dietro le quinte” è importante. Nei giorni del Festival ci è arrivata la Medaglia del Quirinale. La Presidenza della Repubblica ci ha voluto testimoniare un apprezzamento che aveva già espresso durante un incontro di presentazione a Roma, a maggio».
Si è discusso di cifre. Il gioco vale la candela?
«Se ci basiamo sulle presenze agli eventi, la risposta è sì. Se consideriamo la visibilità del Festival, testimoniata dai contatti web e dal fatto che i più importanti quotidiani del paese - senza voler considerare TV e Radio, nazionali e locali - ci hanno dedicato le loro prime pagine culturali, la risposta rimane sì. Ed è sì anche se consideriamo l’indotto economico, fatto di pernottamenti e pasti consumati. O quello culturale, sintetizzato dalla straordinaria quantità di libri venduti nelle quattro giornate del Festival. Anche se il risultato più bello, a mio parere, rimane quello della socialità che si è manifestata fra Piazza della Costituente e gli altri luoghi della rassegna. Socialità di cui è simbolo il pacifico esercito dei volontari, che non finiremo mai di ringraziare».
Il futuro del Festival? Quando sarà il prossimo?
«Il futuro del Festival è in alcuni passaggi irrinunciabili. Il primo è il consolidamento del Consorzio per il Festival della Memoria e, se possibile, il suo allargamento a soggetti che hanno mostrato un interesse concreto. Il secondo è il rafforzamento delle partnership, a partire da quella con la casa editrice Einaudi, la cui collaborazione, attraverso il direttore Ernesto Franco, che è anche presidente del nostro comitato scientifico, è risultata fondamentale. Il terzo è l'immediata programmazione delle attività future. Il Festival è stato immaginato con una cadenza biennale, ma ancor prima del successo del 9-12 giugno eravamo già tutti convinti della necessità di riempire di contenuti, innovativi, partecipati e di qualità, il lasso di tempo fra un’edizione e l’altra. Ora, a maggior ragione, non ci possiamo esimere...».
Rispetto ad altri Festival, come ritiene che Mirandola possa continuare a caratterizzarsi e distinguersi?
«Un motivo ci arriva in dote dalla storia. La città e le terre dei Pico e di Pico sono, da questo punto di vista, la casa naturale del Memoria Festival. Il secondo motivo di caratterizzazione risiede nelle intenzioni e nell'approccio dei soggetti promotori, a partire dall'Amministrazione comunale. L'idea è che questo festival sia prima di tutto un progetto culturale, che cresce con il suo pubblico, i suoi fruitori, i suoi attori. E che per crescere deve essere anche un po' irrequieto, sperimentatore, e poco incline a cullarsi sugli allori».
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