Gazzetta di Modena

Giuseppe Culicchia a Carpi «Vi racconto la Cina il cibo e la gente»

di Valeria Cammarota
Giuseppe Culicchia a Carpi «Vi racconto la Cina il cibo e la gente»

Comprendere la Cina sarà e, anzi, è già, indispensabile. Giuseppe Culicchia l’ha raccontata attraverso uno degli ingredienti fondamentali di ogni cultura: la cucina. L’autore di “My little China girl" martedì 26 luglio a Carpi

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CARPI. Comprendere la Cina sarà e, anzi, è già, indispensabile. Giuseppe Culicchia l’ha raccontata attraverso uno degli ingredienti fondamentali di ogni cultura: la cucina.

L’autore di “My little China girl” è stato a Pechino: la capitale del gigante asiatico, raccontata attraverso la straordinaria varietà della propria offerta culinaria costituirà, martedì 26 luglio alle 21.30 al Cortile di Levante della Biblioteca Loria, il tema di “Pechino – I suoi cibi e i suoi paradossi”, secondo appuntamento della rassegna Il Gusto del Racconto, promossa dalla Festa del Racconto.

È partito con maggiore pregiudizio o curiosità?

«Sicuramente curiosità, poiché non avevo mai fatto un viaggio che mi portasse dall’altra parte del mondo. Ho voluto spingermi al di là degli stereotipi e dei pregiudizi su chi sono e cosa fanno i cinesi. Ci basiamo molto sulle comunità presenti in Italia, che non rappresentano assolutamente l’interezza della Cina: chi vive da noi, in genere, proviene da una zona in particolare, agricola e un po’ arretrata economicamente e per questo decide di cercare fortuna all’estero. Una delle prime cose che ho scoperto, ad esempio, è che ciò che riteniamo essere la cucina cinese dei “nostri” ristoranti ha poco a che vedere con quella tipica del posto che è invece molto raffinata, avendo una tradizione più che millenaria alle spalle. Un paradosso: friggono tutto perché pensano che vogliamo mangiare tutto fritto, che ci si aspetti quello, ma per loro non lo fanno».

Ha mangiato spiedini di scorpione?

«Non ho avuto il coraggio di mangiare molte cose, ma ho assaggiato squalo, serpente... Lo street food dei mercati all’aperto di Pechino è variegato, la tradizione culinaria cinese vuole che si mangi tutto ciò che nuota, striscia, vola, cammina. Non ci sono limiti, l’unico è nei confronti del formaggio: paradossalmente, mentre a noi può far ribrezzo l’idea di ingerire un verme, a loro ripugna mangiare una mozzarella».

È difficile integrarsi?

«È una delle città più sicure del mondo: vi è un enorme rispetto nei confronti del turista occidentale, l’ultima cosa che il governo cinese vorrebbe è avere un qualsiasi problema con una persona che arrivi dall’ovest. Ciò, tuttavia, si sposa con una grande diffidenza di fondo. La Grande Muraglia, che oggi non è più una barriera difensiva ma semplicemente una delle maggiori attrazioni turistiche del Paese, è rimasta dentro di loro, e chi arriva dai territori oltre essa è percepito come “altro”. I cinesi sono molto ospitali, ma tengono le distanze, sono poco propensi ad aprirsi davvero.

Una civiltà antichissima che vive una dicotomia tra storia e proiezione nel futuro.

«Vi sono due momenti di rottura nella storia della Cina. Il primo è la rivoluzione, che ha comportato il rifiuto del trascorso imperiale e ha spazzato via una grande quantità di cose legate al passato. Un secondo momento è quello odierno: una nuova Cina che, pur definendosi Repubblica Popolare, pur avendo un Partito Comunista unico al potere, in realtà è un Paese che ha abbracciato il capitalismo più sfrenato, il consumismo, sfruttando operai e forza lavoro. Ciò ha fatto sì che un oggetto acquistato in un centro commerciale scintillante abbia, in moneta, maggior valore di un vaso Ming. I meccanismi sono in linea con il discorso sui ristoratori cinesi che per noi cucinano il fritto: sanno che amiamo l’antiquariato e lo creano su misura per noi».

Cos’hai portato da Pechino?

«Un grande rispetto per il popolo cinese, che tanto ha patito nel corso della sua esistenza, ma che, ciononostante, ha mantenuto un’enorme dignità e compostezza».

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