A Modena, le nature morte e i fuochi d’artificio di Stefano Graziani
MODENA. Sa "scrivere con la luce" Stefano Graziani con la sua fotografia, proprio come vuole l'etimologia greca della parola. Nature morte, fuochi d'artificio ed elementi di antica architettura...
MODENA. Sa "scrivere con la luce" Stefano Graziani con la sua fotografia, proprio come vuole l'etimologia greca della parola. Nature morte, fuochi d'artificio ed elementi di antica architettura ritrovano il carattere anche narrativo nelle immagini che l'artista triestino presenta, fino al 5 ottobre, alla Galleria di Emilio Mazzoli, in via Nazario Sauro. Meloni, melanzanze, limoni, avocado, mango, pompelmi, kiwi, uva, pesche assumono un contenuto di pensiero e di linguaggio. Esibiscono il bel ritratto di sé, ma pure la disposizione ad offrire un quadro aperto ad un esame persino storico-critico.
L'ossequio alla realtà delle cose non avviene in modo uniforme, perché il fotografo privilegia un ordine ampiamente variato, con i frutti che si connotano di ombre della loro presenza, di silenzio sospeso ed inquieto, di atmosfera enigmatica, di atemporalità metafisica. Il realismo pare essere solo apparente, in quanto l'immagine si carica di un profondo significato esistenziale delle cose che si stagliano quasi isolate, immote, di pura calma, assumendo un tono non di corrispondenza ma di distacco. E' una certa maniera di rinnovare un "genere" che, per molti aspetti, è stato spesso trascurato nella sua dimensione simbolica, di spazio di conoscenza concesso alle cose della nostra quotidianità considerate, il più delle volte, solo negli aspetti di piacere dello sguardo. Non a caso Nanni Cagnone, nel testo critico del catalogo della mostra (un altro intervento critico è di Pier Paolo Tamburelli) parla di "cose che con noncuranza si avvicinano, sembrano non sapere perché lo fanno, e chiedono fortuna a una semplicità di guardare, ad una contemplazione nascente del puro osservare. Condizione ingannevole, che non potrà sottrarci ad arrischiare domande".
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La fotografia di Graziani non rinuncia ad intraprendere una direzione incantatoria nei fuochi d'artificio, con accensioni cromatiche che nella notte distillano lampi di incanto, una trama di vitalistiche luminescenze. Una pura essenzialità manifesta l'immagine di luce quieta, sottoposta ad un processo di decantazione e di casto stupore. Una condizione di meraviglia che l'artista porta anche nel mehir di Carnac, nel sito archeologico di Karnak, nell'arhitettura baroccca della Roma di Borromini e nelll'Austria di Adolf Loos, pieniere dell'architettura moderna, che diventano depositari di cultura, di una vita affettiva, da qualche tempo messa a dura prova da inauditi atti di violenza nei confronti di monumenti di civiltà remote. Lo stupore che la fotografia detta si fa sgomento. L'artista (studi di architettura allo IUAV di Venezia, dove tiene il master di fotografia; insegna presso la Naba di Milano, collabora con diverse riviste e case editrici ed è co-fondatore delle riviste San Rocco e Genda) traduce in una visione epica i valori di esperienze creative di diverse collettività, operando una reflessione su modelli culturali, come pure sul tempo e sulla storia. La fotografia vuole nutrirsi della confluenza dei diversi saperi, grazie alla meticolosità di rappresentazione, capace di agire sui modi della conoscenza e della comunicazione.
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