Gazzetta di Modena

«I versi come un vortice linguistico»

di Michele Fuoco
«I versi come un vortice linguistico»

Così sono definiti i lavori dell’autrice americana che si è raccontata ieri alla Rocca di Vignola

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VIGNOLA. La fama, determinata dall'aver vinto nel 1996 il Premio Pulitzer e poi il Forward Poetry Prize, il Premio Internazionale Nonino e il Bigongiari, ha preceduto l'approdo a Vignola di Jorie Graham. Ciò è bastato a riempire la Sala dei Contrari della Rocca, dove la poetessa di New York ha incontrato il grande pubblico. E “chapeau” a questa voce, tra le più singolari del nostro tempo, che può permettersi di occupare, come prima donna, la cattedra a Harvard che è stata del Premio Nobel Seamus Heaney. Alla Graham non fa difetto una vasta cultura acquisita a Roma, dove è vissuta, fino a 18 anni con i genitori (il padre giornalista e la madre scultrice); in Francia, a Parigi, dove ha studiato sociologia alla Sorbona (conosceva già bene il francese appreso al Liceo romano Chateaubriand); e a New York dove ha condotto studi letterari e cinematografici presso l'Università. Tante esperienze, per una ricchezza culturale di cui si nutrono le sue poesie, sempre al massimo della tensione linguistica, con una ricognizione a vasto raggio su vicende personali, familiari e collettive legate al terrore della guerra, ai cambiamenti climatici, all' emigrazione, alla mancanza di lavoro, al potere della tecnologia che con l'intelligenza artificiale pare annientare i pensieri e persino la vita interiore dell'uomo. Motivi che trascorrono nei 12 libri di 40 anni di attività della poetessa, compreso l'ultimo, “Place”, in italiano “Il posto” (Mondadori, 2014; suo anche “L'angelo custode della piccola utopia”) tradotto da Antonella Francini che ha evidenziato «l'ampiezza delle tematiche che nel suo pensiero poetico si svolgono in forme sempre diverse e originali. La sua poesia entra in relazione con i campi dell'esperienza e della conoscenza, dalla letteratura alla filosofia, dall'arte alla fisica e all'econologia di ogni epoca. È stato scritto che la sua scrittura crea un dramma della simultaneità. Infatti leggere i suoi versi significa sentirsi trascinati in una sorta di vortice linguistico in cui si scoprono prospettive che riguardano la condizione umana, passata e presente, bloccata in un istante di tempo che viene espoliato. La sua voce poetica ha sempre un interlocutore, qualcuno a cui rivolgersi, uno dei suoi mille personaggi che viene coinvolto. Tutta l'opera insegne un'utopia, il fallimento della grande utopia americana». La scrittrice ha ricordato le sue esperienze a Roma, dove viveva a Trastevere, il padre tra i partigiani italiani, il '68 a Parigi dove fu arrestata per poi essere rispedita a casa, il lavoro di assistente del regista Antonioni, lo scandalo di Watergate vissuto nel 1972 a Washington, dove sua sua suocera aveva le redini del Washington Post, la vita nella sperduta montagna del Wjoming, per essersi innamorata di un poeta irlandese. Ha parlato anche del carattere della sua poesia che stabilisce relazioni fra tante linee temporali che abitano in un stesso linguaggio. Ha confessato che la prima poesia l'ha scritta in francese e che l'italiano è per lei una lingua impossibile, difficile, per comporre poesie. La poesia è cosa difficile. “Solo chi si innamora di silenzi, si innamora di poesia”. Esaltazione anche dell'immaginazione perché consente di pensare a ciò che potrà accadere, fare acquistare coscienza all'uomo che in futuro potremmo trovarci da soli, senza animali, senza natura. Gli interventi musicali di Stefano Maffizzoni al flauto e Lorella Ruffini al clavicembelo, hanno reso possibile incontri e seduzioni con la parola poetica, e contribuito a determinare ancor più coinvolgente l'appuntamento con l'autrice americana.

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