Gazzetta di Modena

Gli ultimi versi: a Modena calato il sipario sul Poesia Festival

di Michele Fuoco
Gli ultimi versi: a Modena calato il sipario sul Poesia Festival

Poesia Festival porta a scoprire nuovi poeti modenesi. Il sassolese Andrea Gibellini forse non è molto noto al grande pubblico, ma è un poeta di qualità, come ha evidenziato ieri...

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CASTELFRANCO. Poesia Festival porta a scoprire nuovi poeti modenesi. Il sassolese Andrea Gibellini forse non è molto noto al grande pubblico, ma è un poeta di qualità, come ha evidenziato ieri mattina, alla Biblioteca “Garofalo”, Marco Bini che lo ritiene «autore di talento capace anche di leggere, interpretare i poeti italiani e stranieri, come dimostrano i saggi “Ricercando Auden” e “L'elastico emotivo”». Del tutto sconosciuto è, invece, il modenese Lorenzo Caschetta che, a sorpresa, è stato invitato a leggere tre sue poesie, fuori programma, da Maurizio Cucchi che stava per dialogare con il critico Alberto Bertoni. E proprio Cucchi ha sostenuto che se la rete internet è utile come bacino di molte proposte poetiche, occorre anche uscirne per trovare situazioni più rischiose.

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Ma procediamo con ordine. Nel primo incontro Gibellini ha parlato de “Le regole del viaggio”, una recente raccolta, uscita 15 anni dopo “La felicità improvvisa”. E non c'è da meravigliarsi. «La poesia - dice il sassolese - può nascere in un attimo, ma occorre del tempo per assicurarsi della sua validità. Ho voluto fare un libro intenso, da leggere come un romanzo di formazione, dove i nuclei centrali sono il rapporto con la natura, il paesaggio. Le regole del viaggio sono anche quelle da seguire nella nostra vita».

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E questo viaggio, confessa Gibellini, avviene pure attraverso altri autori, come Montale. Sereni, Bertolucci, il Premio Nobel Heaney, che gli hanno insegnato a scoprire la poesia e come penetrare in un paesaggio circostante che possa avere un ridondanza universale. S'interroga Paolo Donnini su cosa succede quando il messaggio poetico si trova a confrontarsi con l'insensatezza del mondo dei nostri tempi; se la poesia può procedere nel suo cammino e se la parola può tornare ad essere “il primo fuoco che prende in fondo ad un mondo morto”, come sostiene Bonnefoy, il poeta francese morto pochi mesi fa.

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Una interrogazione che diventa domanda da porre a Elio Pecora (sue tante raccolte di poesie, romanzi, commedie teatrali, saggi critici...) che afferma che «siamo in un secolo distrutto, arrivato alla negazione dell'essere, al frantumarsi dell'io, ma credo nella responsabilità della parola richiesta da tante parti. Una parola come cammino interiore ma pure come rapporto con i ragazzi delle scuole». E proprio l'esperienza con i bambini e i ragazzi, lo portano a sostenere che essi avvertono un senso di crisi subita e ricercano indicazioni. Non più ribellioni alle autorità ma necessità di riprendere i legami con i padri. La sua critica è diretta ai tanti che scrivono poesie, anche su internet, con parole senza senso.

«Chi pratica le arti deve avere in mente l'altro, perché all'altro bisogna parlare. Deve addestrarsi alla lettura di altri autori. Una volta si imparavano le poesie a memoria e le parole precise tornavano con altri significati. Il bambino che ha visto la guerra è rimasto dentro di me. Il mondo è spaventoso, ma ci sono molti (volontariato) che fanno cose eccezionali. Lo stesso vale per chi fa poesie da consegnare agli altri».

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Su Cucchi, che abbiamo intervistato nei giorni scorsi, si è soffermato Bertoni, ricordando il volume Oscar Mondadori, riassuntivo di una intera storia poetica, dal 1963 al 2015. Poeta ma anche prosatore, critico e traduttore dei francesi, «Cucchi fa parte della scuola milanese, con Dario Bellezza, Giuseppe Conte, Patrizia Cavalli, che hanno rappresentato una poesia non più novecentesca, ermetica, da cui si sono affrancati. Cucchi è molto bravo a trasformare gli elementi autobiografici. Nell'ultima opera “La maschera ritratto” trasforma quasi sempre l'io in una o più maschere ritratti».

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