La pittura incontra il cinema
Alla Galleria Annovi grandi opere sul "noir" di Pietro Finelli
SASSUOLO. Le opere di Pietro Finelli, esposte da domani (inaugurazione alle 18) alla Galleria Annovi, in via Radici in Piano 12, trovano riferimenti in immagini di film, rigorosamente selezionate, ma non acquistano mai il carattere di citazione. Si tratta per l'artista beneventano, che vive e lavora a Milano, di un'operazione di "decostruzione" di frame che si spogliano del carattere di racconto per prodursi come linguaggio che non spiega, rigenerazione del linguaggio, quello della pittura che interroga altri linguaggi, come quello del cinema "noir" del periodo classico, compreso dal 1942 al 1957. Non una semplice, banale riassunzione di elementi narrativi, ma di una presa di coscienza, come avviene negli ultimi anni da parte anche di altri artisti internazionali, di una condizione di mutazione dell'arte che affermi una pratica della pittura in uno spazio in cui si producono mutamenti linguistici, sviluppi audaci di elementi di aristocrazia analitica, aspetti a più sistemi di intrecci e nuove scoperte. Di queste caratteristiche si connotano i 10 dipinti e i due disegni di grandi dimensioni che Finelli ha realizzato, nel 2016, per questa occasione espositiva. "Opere, facenti parte della lunga riflessione sulla visione che si coniuga - spiega l'autore - soprattutto con quella della visualità cinematografica, riferita al "noir". I lavori rimandano alla problematicità del vedere, all'intreccio tra la visibilità e il mistero. Del noir classico m'interessa quell'articolazione che approfondisce il rapporto tra visione e cecità, luce e oscurità". All'artista importa approfondire la radicalità del lavoro compiuto sulle immagini, nella interpretazione del noir come visione morale della vita basata sullo stile, capace di risolvere i conflitti in termini visivi e non tematici. E' la cifra distintiva della sua ricerca di decostruzione con tagli di immagini, riferiti a "Gli uccelli" di Hitchcock (1958), "La fuga" di Delmer Daves (1947), "Lancillotto e Ginevra" di Bresson (1974), "L'Apollonide" di Bertrand Bonello (2011)"Phantom Lady" di Siodmak (1944), "Situazione pericolosa" di Humberstone" (1941). Così le immagini diventano dell'artista, tanto che le opere prendono il titolo di "Ne l'immagine mia", con una figurazione di struttura composita, facendo "affiorare - sostiene Elisabetta Castellari - le tracce di un mondo inaspettato" che non si sottrae ad una decifrazione di segni.
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