"David è morto": la prosa in scena alle Passioni di Modena
Il regista Enrico Castellani spiega “David è morto”, Leone d’argento alla Biennale, in scena da stasera, 4 ottobre, al teatro delle Passioni di Modena. Un lavoro incentrato sui monologhi di cinque personaggi tutti defunti
MODENA. In scena al Teatro delle Passioni, da questa sera 4 ottobre fino al 9 ottobre, “David è morto” la nuova produzione del Teatro Stabile del Veneto che, insieme a Ert, presenta l’ultimo lavoro della compagnia “Babilonia teatro”, recentemente vincitrice del Leone d’argento alla Biennale di Venezia. Cinque personaggi defunti che giocano sul filo del paradosso, non hanno più niente da perdere e da nascondere. Enrico Castellani, regista con Valeria Raimondi dello spettacolo, racconta la genesi e le curiosità della vicenda, che il 22 e 23 ottobre parteciperà anche a Vie Festival.
“David è morto”, una storia paradossale raccontata da cinque defunti, come l’avete sviluppata in scena?
«È una nostra scrittura originale, un testo che vuole raccontare il nostro tempo e le sue contraddizioni e per farlo sceglie di raccontare una storia paradossale di cinque personaggi, tutti legati e dove tutti e cinque si suicidano. Chiaramente è una storia paradossale in quanto i personaggi sono parte della stessa famiglia, madre, padre e i due figli (fratello e sorella) e poi un fantomatico cantante pop che inizialmente vuole avere successo venendo a conoscenza di questa tragedia ma poi gli tocca la stessa sorte».
Nello spettacolo si parla anche di provincia, in che modo viene raccontata?
«Volevamo raccontare un mondo, una provincia che spesso noi vediamo correre ma senza sapere qual è la meta da raggiungere e quindi quello che alla fine raccontiamo è il mondo che una generazione ha davanti. Il racconto procede attraverso queste cinque voci, che sono monologanti, che non dialogano tra di loro ma parlano sempre al pubblico. Tutti e cinque sono già morti, loro parlano al pubblico da defunti quindi in un qualche modo tutto questo ci permette di mettere una distanza dalla tragedia, di raccontare la storia con affetto, cinismo e ironia perché chi parla ha già superato il trauma».
Il vostro racconto è stato accomunato ad una moderna rilettura di Spoon River, vi siete ispirati al libro di Lee Master?
«Ad essere sinceri è nata dopo, non siamo partiti lavorando su Spoon River ma dopo ci siamo resi conto che i personaggi che recitano sulla scena è come se recitassero il loro epitaffio quindi viene da sé il collegamento con Spoon River».
Leone d’argento alla Biennale di Venezia, una grande soddisfazione...
«Se devo essere sincero era lontano dai nostri pensieri, come sempre stavamo lavorando ai nostri spettacoli ed è arrivato questo premio che è stato un po’ un fulmine a ciel sereno. Sentori non ce n’erano per cui sono quei premi che sono una grande iniezione di fiducia. Da una parte grande gioia ma anche impegno e grande responsabilità e continuare a lavorare come abbiamo sempre fatto».
Voi avete selezionato i protagonisti attraverso dei curriculum “video”, come mai questa scelta?
«Noi cercavamo delle persone con cui lavorare e non volevamo che ci arrivassero una marea di curriculum cartacei per cui abbiamo pensato di fare un video che abbiamo pubblicato nella nostra pagina facebook chiedendo chi avesse voglia di lavorare con noi di presentarsi e mettersi in gioco fin da subito e in un qualche modo, attraverso il video, di mostrare “la pancia” ovvero le ragioni profonde per le quali avevano voglia di questo lavoro, un’idea diversa di curriculum. Sono arrivati i video noi ne abbiamo selezionati una trentina e dopo aver lavorato con loro per diversi giorni alla fine abbiamo selezionato gli attori».
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