Latella: classici, grammatica del teatro
Ultime repliche per “Santa Estasi”, percorso con attori e drammaturghi della scuola di Ert
“Santa Estasi”, per la regia del direttore della Biennale Teatro di Venezia Antonio Latella, torna al Teatro delle Passioni. La maratona teatrale, frutto del lavoro di giovani artisti che si confrontano con le vicende relative alla stirpe degli Atridi, prosegue oggi con gli ultimi quattro spettacoli dalle 11. Si inizia con “Oreste” e si termina con “Crisotemi” alle 18.30. Per approfondire il teatro del regista di origine napoletana segnaliamo anche la presentazione del libro “La misura dell'errore”, a cura di Emanuele Tirelli, stasera alle 19.30 alle Passioni.
In cosa consiste il concetto di “estasi teatrale”?
«L'estasi è una condizione rarissima e riguarda sia l'attore che lo spettatore. Quando l'attore, in scena, non pensa né al suo privato né alla parte entra in un'altra dimensione. Tale condizione si raggiunge attraverso il lavoro, per questo il nostro spettacolo è così lungo. Allo stesso modo lo spettatore che assiste a uno spettacolo di lunga durata, dopo aver superato la stanchezza, inizia a guardare diversamente, smette di giudicare e lascia entrare in sé ciò che vede».
Il nostro titolo, “Santa Estasi”, è anche ironico, fa pensare a “santa pace!”. Perché la scelta dell'orizzonte classico?
«Il classico è una struttura madre, permette di esplorare senza “farsi troppo male”. È sempre più grande e più forte di te e ti protegge quando sei nell'errore. Volevo incoraggiare i giovani a rapportarsi con i testi classici per avvicinarli alla grammatica del teatro».
Come ha lavorato con i giovani drammaturghi?
«Il loro lavoro sui testi è un vero e proprio “mondo” che abbiamo interpretato e preservato nell'andamento stilistico complessivo. Ho pensato che avrebbero dovuto mettere in scena anche passaggi che a mio avviso non funzionavano del tutto, in modo da permettere loro di confrontarsi sul risultato nel momento della rappresentazione».
“Santa Estasi” è tutto esaurito da settimane...
«Più che per me e per i ragazzi, credo che questa sia una vittoria per il teatro istituzionale, che dovrebbe avere il coraggio di confrontarsi anche con il pubblico che tende a non mettersi troppo in discussione. I Teatri Nazionali hanno il dovere di creare nuovi linguaggi».
Qual è il rapporto del teatro con il pubblico?
«Chi sceglie il teatro sceglie qualcosa di démodé: sedersi per ore ad ascoltare parole e a vedere corpi è fuori moda. Perché il pubblico va ancora a teatro? Mi auguro che non sia solo per passare una bella serata. Andare a teatro significa occuparsi di noi stessi, è una scelta che implica un confronto con istanze che possono anche risultarci lontane».
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