Frontiere d’Europa e confini del teatro
Ritornano i confini, anzi "il confine". Un tema che sembrava come "assopito" nell'orizzonte politico si ripresenta con tutta un serie di avvenimenti, lontani geograficamente eppure vicini nell'aggress...
Ritornano i confini, anzi "il confine". Un tema che sembrava come "assopito" nell'orizzonte politico si ripresenta con tutta un serie di avvenimenti, lontani geograficamente eppure vicini nell'aggressività del loro incedere. Così, parte del teatro che si è visto finora a Vie prova a fare i conti con eventi che stanno rimettendo in discussione il concetto stesso di "Europa".
Per Andrea Adriatico (stasera alle 21 a Teatri di Vita, Bologna, con "A porte chiuse", in replica domani stessa ora) il confine diventa quello che separa il privato, delle nostre case ed esistenze, dal pubblico, in cui ricadono le conseguenze delle nostre azioni: il testo sartriano viene "forzato" fino ad arrivare a Giulio Regeni, figura in cui tale dinamica si concretizza. Vandalem con "Tristesses" chiude i propri personaggi in un'isola di sconforto e oppressione, dove la minaccia (ipotetica) dell'esterno diviene strumento di manipolazione e controllo.
Ma il confine può essere anche il limite logico di un'idea, come per gli ErosAntEros che con "Allarmi!" decostruiscono i presupposti teorici della democrazia e della rivoluzione fino a porre lo spettatore in una condizione di stallo. Gli spettacoli parlano chiaro: non esiste confine che non sia fondato da un'autorità, ed è a questa che il teatro deve rivolgersi per raccontare il presente. Eppure una sensazione di disorientamento rimane.
I dubbi e argomenti sul palco diventano la frontiera della rappresentazione stessa: quali strumenti scenici riescono a dare un'immagine efficace dell'oggi? Può esistere un teatro che nel metterci di fronte ai nostri problemi, ne scardini anche la forma in cui li subiamo?
Francesco Brusa
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