Gazzetta di Modena

la recensione

“Aminta”, immagini seicentesche disincarnate e perturbanti

Un culturista entra in scena, il suo corpo è ipertrofico, quasi bestiale; si cosparge di traslucida tintura marrone e posa mostrando la muscolatura allenata. “Aminta”, vista alle Passioni, è una...

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Un culturista entra in scena, il suo corpo è ipertrofico, quasi bestiale; si cosparge di traslucida tintura marrone e posa mostrando la muscolatura allenata. “Aminta”, vista alle Passioni, è una videoinstallazione di Luca Brinchi e Daniele Spanò; colpisce per l'affascinante fusione di linguaggi e per lo straordinario lavoro di spazializzazione dell'immagine e del sonoro. Ai lati della scena, voci recitanti vengono emesse da megafoni connessi a una struttura basculante e rappresentano alcuni dei disincarnati personaggi del seicentesco dramma pastorale di Torquato Tasso. Al centro, le immagini video dei due personaggi principali, l'innamorato Aminta e l'angelicata e fiera Silvia vengono proiettate su due schermi verticali. La parte superiore della scena è occupata da grandi schermi orizzontali che restituiscono un'essenzialità naturale e bucolica. Il culturista interpreta il Satiro, le crude e potentissime sonorità di Franz Rosati anticipano il suo tentativo di violenza carnale nei confronti di Silvia. Questa si dimena, legata e terrorizzata sullo schermo, mentre il Satiro posa in scena e accecanti lampi di luci ci stordiscono. Digitale e “naturale” in un dialogo immersivo.

Altea Alessandrini

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