Gazzetta di Modena

«Il Duomo, capolavoro che parla di libertà»

di Roberto Armenia
«Il Duomo, capolavoro che parla di libertà»

Lei è l'autore e attore italiano più conosciuto nel mondo. I suoi testi sono rappresentati, da 60 anni, in oltre cento Paesi. Ma lei è anche regista, scenografo-costumista, pittore, uomo impegnato...

6 MINUTI DI LETTURA





Lei è l'autore e attore italiano più conosciuto nel mondo. I suoi testi sono rappresentati, da 60 anni, in oltre cento Paesi. Ma lei è anche regista, scenografo-costumista, pittore, uomo impegnato nel politico e nel sociale. Quale tra queste diverse “anime” privilegia?

«È difficile dividere in sezioni un lavoro che è compiuto e si completa con legami strettissimi. Mi capita spesso che un'idea mi venga disegnando e si sviluppi attraverso la scrittura. Poi vado a recitarla, poi penso alla presentazione, rivedo, sviluppo il testo, poi lo correggo e via dicendo, spesso, per diverse volte. Proprio perché nasco come pittore, poi mi sono evoluto in scrittore, regista, attore, che, avendo il contatto col pubblico, avverte le sue reazioni e, come gli attori della Commedia dell'Arte, si trasforma in continuazione».

Franca Rame è stata la sua metà, in tutto, compreso il Nobel. Come e quando è nato questo bellissimo rapporto d'amore e professionale?

«Ho incontrato Franca che era una ragazzina, ed io un ragazzo, nel 1951, in un teatro, a Milano, in occasione del primo lavoro teatrale che ho fatto, con Franco Parenti. Impresario della Compagnia era Carlo Mezzadri, marito di Pia Rame. Erano tanti e molto agguerriti quelli che mi sovrastavano nella corte a Franca, fino al punto che mi sono detto “basta”. Io mi chiamo fuori. Ma lei aveva capito il gioco. Fu così che, una volta, in teatro, dopo avere terminato una rappresentazione, lei mi ha bloccato, mi ha spinto contro una parete e mi ha baciato. È da lì che è cominciato il nostro rapporto. Lei mi ha insegnato il mestiere del teatro. Io ero un dilettante. Lei, discendente da una famiglia dalle antiche tradizioni, la “Commedia Marionettistica Famiglia Rame”, che risale al 1.600. Poi, oltre al teatro, un'altra cosa ci ha legato: l'interesse verso la società, i problemi. Una cosa che abbiamo imparato entrambi è che non esiste più nessun valore, se non è legato alla storia del tuo tempo».

Qual è l'importanza della satira, della comicità nel teatro e per la comunicazione?

«Il teatro è nato come buffoneria. Pochi sanno, per esempio, che i teatri greci, prima ancora che nascessero le tragedie, erano buffoneschi. Allora l'espressione prima del valore della rappresentazione avveniva davanti ai bambini. Un gioco antichissimo era quello di indurre il bambino a capire il gioco dell'umorismo. Quando il bambino capisce il gioco attraverso una rappresentazione, allora vuol dire che è nata la sua intelligenza. È in quel momento, dicevano gli antichi, che la dea del parto se ne andava, finalmente soddisfatta e felice. Aveva assolto la sua funzione».

E il peso della cultura oggi?

«Molte volte si crea un errore, si lega cultura a istruzione, erudizione. L'altro problema vitale è di capire, attraverso la conoscenza, quello che sta succedendo oggi. Il problema, per esempio, di quello che sta accadendo a proposito del riscaldamento della terra. Se non riusciamo subito a produrre un altro modo di vivere e di agire, e, soprattutto, togliamo l'idea del profitto e degli interessi privati verso quelli collettivi, rischiamo veramente di vedere la terra svuotata dalla nostra presenza».

Come mai tanto interesse per grandi artisti come Caravaggio, Mantegna, Raffaello? Che cosa li accomuna?

«Diciamo, innanzitutto, che non sono poi tanto diversi tra loro. Il mio interesse è determinato dal mio mestiere. Ho iniziato come pittore, sono soprattutto pittore. Ma questo non conterebbe niente se non avessi appreso delle menzogne nello studiare, ai tempi dell'Accademia. Quante volte mi sono dovuto ricredere, soprattutto grazie ai grandi maestri, che ho avuto la fortuna di avere all'Accademia di Brera, che mi dicevano “guarda che ti stanno imbrogliando, che non è così”. E l'imbroglio è sul racconto storico, che riguarda questi grandi pittori. Come hanno vissuto nella società? Che ruolo avevano? Che esperienze hanno fatto? Qual era stata la ragione delle loro crisi? Che rapporto avevano verso il potere, con il potere? Solo in quel momento ho capito chi erano questi pittori e come si esprimevano e il valore della loro pittura. Da Raffaello a Michelangelo, con sorpresa, ho scoperto che erano persone che avevano una grossa dignità e che si battevano per una chiarezza e che in molti casi rischiavano censure pesanti ed anche persecuzioni da parte di chi deteneva il potere».

Nel suo libro “Il mondo secondo Fo”, scrive: “La maschera nasce con l'uomo, fin dalla prime civiltà” e sostiene che “il poter nascondere la propria identità e assumerne un'altra è un prodigio meraviglioso, ti consente una libertà inarrivabile, altrimenti”.

«Perché come, sottolineava già Pirandello, la maschera cela l'individualità, il relativo, il caduco e intanto rivela l'universale, l'inconfessabile. Indossando la maschera sia gli attori sia la gente comune hanno il diritto di dire quello che pensano. Il Carnevale nasce così: 364 giorni a sopportare angherie e soprusi in silenzio, e poi un giorno di libertà, per dire tutto ciò che si vuole.

Lei ha scritto un libro su Gesù. Quali i rapporti tra Gesù e le donne, secondo Dario Fo?

«Presso Rizzoli, è uscito “Canto Andaluso gitano”, nel quale sviluppo anche il tema di Gesù e le donne. La cosa straordinaria, se si contano le volte che Gesù parla, ha rapporti stretti con le donne che lo accompagnano, è che va controcorrente, fa correre il rischio alle donne che lo seguono di essere lapidate. Donne che sono miserabili, alle quali nessuno rivolge la parola».

Dario Fo e Modena...

«Modena è una città che adoro, per la sua cultura, la struttura, l'architettura, perché la gente che sta vicina al teatro - e i modenesi amano il teatro - è viva. Avrei tanti aneddoti, tanti ricordi su Modena, sulla tensione che accompagnava uno spettacolo, soprattutto negli anni 50 e 60. Mentre arrivavo c'erano contestazioni, lanci di oggetti e verdure, gioie. A comprova che è viva. Soprattutto, è una città che anche quando eravamo bersagliati, Franca ed io, dalla censura, quando il governo repressivo cercava di bloccarci, ci è sempre stata vicina. Mi riferisco ai responsabili del teatro Comunale di allora, al presidente della commissione del Teatro Rubes Triva, soprattutto, ai responsabili del Comune e della Provincia. Furono dei lottatori straordinari, con una grande dignità. Come sono stati lottatori straordinari i protagonisti e i cittadini raccontati ne “Il tempio degli uomini liberi”. Questa storia di Modena antica è raccontata attraverso la nascita di questa coscienza collettiva, che ha prodotto quest'opera d'arte, che è il vostro Duomo, la più importante opera d'arte di architettura romanica che esista al mondo. Poi adoro la giocosità, l'allegrezza, la simpatia, la disponibilità della gente di Modena. Tra i tanti aneddoti, voglio ricordarne uno. Nel documentarmi su Modena e la sua storia, ho scoperto che a Modena era esistito un uomo importantissimo perché ha ravvivato la volontà di creare un'autonomia. La prima grande autonomia fra le medie e grandi città della Padania. Ora, c'era questo grande uomo che si chiamava Azzo di Corrado, che, nel 1096, è stato il primo rector urbis di Modena, cioè il primo conduttore, il primo podestà, anticipando di 50-100 anni città come Milano, nella nascita del Comune. Il mio spettacolo, ricavato dal “Tempio degli uomini liberi”, sottolinea la natura dei modenesi, amanti e difensori della libertà e dell’autonomia nei confronti del potere, anche di quello religioso, allora dominante. Avete avuto un rector urbis come Azzo di Corrado e non avete neanche pensato di fargli un monumento. Vi invito a rimediare. Io vi do il cavallo, ma voi ci mettete tutta la figura. Lo aspetto. È fondamentale».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google