Gazzetta di Modena

L'anima grande del festival Vie: viaggio intorno al teatro d'Europa

di Lorenzo Donati
L'anima grande del festival Vie: viaggio intorno al teatro d'Europa

Un'inchiesta condotta con alcuni artisti “di casa” a Modena alla ricerca della specificità della rassegna pensando agli ultimi anni di un’esperienza, che ha creato una comunità di spettatori, e al suo futuro

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Vie ha mutato il panorama del teatro del presente. Grazie al festival ci siamo sentiti più vicini all'Europa, ma anche al centro dei discorsi della scena italiana. Per noi è stata insostituibile occasione di riflessione, condivisione, slancio e ricerca. Ma cosa ha rappresentato Vie per alcuni degli artisti ospitati? Concludiamo questa edizione del nostro laboratorio di giornalismo con un “discorso collettivo”, come è il teatro.

Virgilio Sieni: «Vie ha permesso la nascita di quella “comunità del gesto” così come la ho intesa negli ultimi anni, qui ho incontrato la Corale Savani, con cui ho condiviso sette produzioni. Questo festival è la dimostrazione di come si possa instaurare un dialogo concreto con diversi territori, con il tessuto sociale».

Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, Teatro delle Albe: «La cultura teatrale si costruisce attraverso i luoghi, è un farsi luogo, a Modena dodici anni fa è arrivato Vie, fiore all'occhiello in quarant'anni di politiche culturali di ERT. Un festival è un indicatore delle direzioni del teatro rispetto al mondo, è un atto sentimentale potente, come un vento che fa germogliare. La nostra felicità teatrale spesso dipende dai festival».

Stefano Pasquini, Teatro delle Ariette: «Grazie a Vie sono nati una serie di nostri progetti fondamentali, penso alla relazione con il Théâtre di Chambre nel 2005, Pietro Valenti venne con noi in Francia e li invitò a Modena. Vie è anche il tentativo riuscito di abitare zone decentrate mantenendo alta la qualità, a noi è accaduto con il tendone a San Damaso per “Matrimonio d'inverno”».

Gianni Farina, Menoventi: «Come spettatore Vie mi ha dato le coordinate per uno sguardo più attento e vicino al cuore di un'opera, e come addetto ai lavori mi ha aiutato a capire dove sta andando il teatro, quali innovazioni del linguaggio sta vivendo l'Europa e non solo».

Francesca Pennini, CollettivO CineticO: «Vie è un equilibrio non scontato tra l'ascolto di ciò che già esiste e l'innesco di un possibile, di un imprevisto che si fa invenzione di un desiderio. Vie ha chiesto e ospitato un pensiero anziché un prodotto, inventando contenitori di espressione. Da spettatrice Vie è un dispositivo di teletrasporto, geografia eterotopica che ospita mondi artistici altri e lontani, che fa incontrare comunità e straniero, che genera confronto positivo e attivo».

Davide Sacco e Agata Tomsic, ErosAntEros: «Un festival come luogo in cui è possibile ampliare il proprio sguardo e mettersi a disposizione degli sguardi degli altri».

Thedoros Terzopoulos: «Vie è un incontro fra vecchi e giovani maestri, costruito secondo il “metodo Valenti”: creare collaborazioni, viaggiare per scovare i cambiamenti nell'arte, dare spazio non solo a ciò che è sulla bocca di tutti ma costruire una memoria per gli artisti e gli spettatori».

Natalia Kaliada, Belarus Free Theatre: «Pietro Valenti e Vie ci hanno dato l'opportunità di entrare in contatto con il pubblico europeo in modo permanente. Riflettere sul contesto e sul contenuto del mondo contemporaneo è fondamentale per lo sviluppo degli artisti. Barbara Regondi è una delle pochissime producer internazionali che è venuta a vedere come lavoriamo a Minsk, sotto la dittatura».

Pascal Rambert: «Vie “mi ha portato” in Italia, dandomi una nuova vita nel teatro italiano. Questo è un festival dagli altri festival grazie alla personalità unica di Pietro Valenti, il suo modo di essere, il suo calore e la sua fedeltà. Pietro dirige il festival così come si comporta nella vita, in modo rigoroso e generoso insieme. Spesso andiamo in festival senz'anima, Vie ne ha una, molto grande».

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