“The Misfits”, se gli esclusi interrogano le nostre vite
Giovani, operai, anziani, immigrati. Sono loro il capro espiatorio di una società in involuzione e sono anche i protagonisti di “The Misfits on the outcasts. 1978-2016”, oggi alle 20 all'Arena del...
Giovani, operai, anziani, immigrati. Sono loro il capro espiatorio di una società in involuzione e sono anche i protagonisti di “The Misfits on the outcasts. 1978-2016”, oggi alle 20 all'Arena del Sole di Bologna (ultima replica, navetta andata e ritorno con partenza dal Teatro delle Passioni alle ore 18.30). Lo spettacolo nasce dall'indagine del drammaturgo Mattias Andersson e della compagnia Backa Teater, fondata nel 1978 da alcuni attori che occuparono un edificio del sobborgo operaio di Göteborg, in Svezia. «Dopo 38 anni dalla nascita del Backa - afferma Andersson - insieme agli attori ci siamo resi conto di quanto siano mutate col tempo le persone che abitano intorno al teatro, i disadattati reclusi nella nostra periferia. Negli anni la società ha puntato il dito contro categorie differenti ma sempre con la necessità di dividere fra un ceto “buono” e uno “cattivo”, generando contraddizioni e ambivalenze».
Gli spettacoli del Backa Teater sono frutto di un lavoro continuo di ascolto di chi non trova voce sui giornali o nei media ma ha storie da raccontare, a volte anche lacrime da asciugare. «Penso che oggi ci sia un forte conflitto tra l'utopia di una società ideale e la società com'è realmente - continua Andersson - da una parte c'è il desiderio di raggiungere un equilibrio attraverso il benessere dall'altra c'è un ostacolo che non si riesce a superare, il muro dietro al quale sono nascosti i disadattati, confinati in periferia. È come una lotta tra santi e demoni, ma forse i demoni non esistono, siamo tutti nati per il bene». Gli esclusi si muovono nell'ombra e all'interno della società sono come la polvere che non viene spazzata via ma nascosta sotto il tappeto, da dove poi lentamente riemerge. L'approfondimento psicologico di Andersson e del Backa Teater porta sul palco questi “disadattati” attraverso foto e interviste, testimonianze dirette di una realtà locale in cui si possono riconoscere le periferie di tutto il mondo. «Uomini positivamente buoni - continua il drammaturgo citando il Dostoevskij de “L'idiota” - la gerarchia sociale identifica gli esclusi in chi nuoce alla società stessa, creando così una realtà parallela. Ma questo mondo, condannato all'inferno, è in realtà portatore del bene e merita una possibilità di salvezza».
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