McCurry: incontro col maestro del clic che “ritrae” la storia
MODENA. “Il mondo di Steve McCurry” è il nuovo libro di Mondadori Electa in cui il fotoreporter americano si racconta al giornalista e scrittore Gianni Riotta. E sarà proprio McCurry a parlarne, oggi...
MODENA. “Il mondo di Steve McCurry” è il nuovo libro di Mondadori Electa in cui il fotoreporter americano si racconta al giornalista e scrittore Gianni Riotta. E sarà proprio McCurry a parlarne, oggi alle 21.15, al Forum Monzani. Non un'asettica intervista, ma un colloquio che fa emergere il percorso di vita e di operatività del famoso fotografo, ora sessantaseienne (tra i tanti riconoscimenti, quattro primi premi assegnati dal World Press Photo), che ha dato visibilità alla storia del nostro tempo, con una decisa volontà di ampia comunicazione. L'esercizio di una pratica artistica basata sui fatti impone un linguaggio concreto, con un processo di identificazione dell'artista nella sofferenza, nella tragedia che l'insana logica della guerra porta in tanti paesi del mondo. Una sofferenza immane alla quale Steve reca una partecipata solidarietà e un forte impegno con le sue immagini che sanno farsi espressione massima di creatività. Immagini scattate in luoghi di conflitti, come Afghanistan, Iraq, Iran, Golfo, Cambogia, Filippine, Beirut..., che diventano tragica materia documentaria. In Afghanistan McCurry inizia a prendere consapevolezza del suo importante contributo come fotoreporter (di lui s'interessa subito il New York Times), quando indossando la shalvar kamiz, tradizionale veste afghana, si confonde tra i mujaheddin, e rischia la vita sfuggendo alle mitragliate e ai bombardamenti dell'Armata Rossa.
È del 1984 il famoso ritratto di Sharbat Gula nel campo profughi di Peshawar, in Pakistan, che si pone come immagine emblematica di ciò che sta accadendo in Afghanistan, durante l'invasione sovietica. L'intenso sguardo dagli occhi verdi esalta la bellezza della ragazza (detta la Monna Lisa afghana) imbarazzata per le briciature sul velo, causate da un piccolo fornello su cui cucinando per la famiglia. Il racconto della preparazione della foto mette in luce anche che la ragazza avrebbe voluto cambiare abito, ma non aveva altro da mettere addosso. Diciassette anni dopo McCurry rintraccia, con un team del National Geographic, in Afghanistan, quella giovane diventata donna sposata. In Steve che ha detestato la scuola, ha avuto simpatie per la contestazione giovanile, si fa sempre più urgente, anche per la vocazione ai viaggi, il bisogno conoscitivo, puntando l'obiettivo sul volto di gente comune, di cui sa restituire un'emozione, uno stato d'animo, una intensa pensosità. La presa diretta deve saper assicurare il coinvolgimento emotivo. «Sei solo con te stesso, la tua personalità, la macchina fotografica e il soggetto da inquadrare, l'immagine da costruire. Non si tratta di tecnica, ma di attendere, di pazientare, di lasciarsi assorbire dalla scena per poi isolarne un frammento. È la fusione tra etica ed estetica che mi avvince».
Fare fotografia è, quindi, fondere le esigenze dell'arte nell'esistenza, con una rigorosa selezione della realtà, fatta con equilibrio,misura, giustezza. Con quella meditazione “ereditata” dal rapporto con la cultura buddista che McCurry ha potuto apprezzare nella quiete dei monasteri buddisti, dove ha trovato serenità, un vivissimo senso di umiltà e di apertura partecipante alla condizione dell'uomo, la coscienza di una possibile fraternità, la speranza di amore che nutre tutto il suo lavoro, messo in luce in questo libro. Un volume dove il racconto biografico tende a farsi, anche con il contributo di 50 immagini, storia del mondo, “dagli altopiani dell' Afghanistan, ai torridi deserti africani, dalla tormentate città dell'America Latina, alle soavi piazze d'arte italaine. Il suo mondo ha confini lontanissimi, preclusi - scrive Riotta - al comune viaggiatore”.
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