Il teatro sa rinnovarsi nel segno della qualità: Vie Festival lo dimostra
La XII edizione di VieFestival si è conclusa, lo scorso week end, come era cominciata, con spettacoli di grandissimo spessore che ancora una volta hanno messo in luce la vitalità di un teatro in...
La XII edizione di VieFestival si è conclusa, lo scorso week end, come era cominciata, con spettacoli di grandissimo spessore che ancora una volta hanno messo in luce la vitalità di un teatro in grado di andare oltre le convenzioni, gli stereotipi della tradizione, e di scendere in profondità nell’analisi delle vicende umane come poche altre forme d’arte.
È il caso, ad esempio, del beckettiano “L’ultimo nastro di Krapp” che il regista lituano Oskar Korsunovas ha cucito addosso a Juozas Budraitis, attore straordinario che, al Teatro delle Passioni, ha confermato di possedere un enorme talento espressivo, in virtù del quale i rischi di cadere nel patetico, nel grottesco, contenuti nella paradossale pièce, sono stati trasformati in strumento per la discesa nella più recondita intimità dell’animo del protagonista. Lo spettacolo del Belarus Free Theatre è tuttavia quello che ha davvero caratterizzato il fine settimana. Allo Storchi la compagnia bielorussa ha presentato il suo ultimo lavoro, “Burning Doors”, in cui viene affrontato il tema della libertà d’espressione artistica nei regimi dittatoriali, raccontando la storia vera di Maria Alyokhina, membro delle Pussy Riot, l’iconoclasta gruppo di artiste divenute celebri per la feroce satira anti-Putin. Con l’Alyokhina nel gruppo di interpreti lo spettacolo affronta il tema della persecuzione politica con il realismo che caratterizza l’opera della compagnia e un’energia che demolisce ogni tabù, lasciando lo spettatore affascinato quanto interdetto. Descrivendo la prigionia, le vessazioni psicologiche, le privazioni con cui il sistema colpisce gli oppositori al regime i Belarus danno forma ad un teatro politico di struggente verità e incredibile potenza, che esclude ogni didascalico pietismo e rafforza, invece, la componente artistica dell’operazione. Non allo stesso livello ma di grande interesse si sono rivelati pure “Perhaps Al the Dragons…” del duo Bart Baele e Yves Degryse, che sviluppa la teoria dei sei gradi di separazione fra gli esseri umani nell’intero pianeta e il cinese “A Man Who Flies Up to the Sky”, di Li Jianjun, che sposta la routine del quotidiano in una dimensione surreale attraverso cui si dovrebbero creare gli spazi per una riflessione sulla vita di ciascuno di noi.
Momenti di riflessione che, in effetti, non sono mancati in un’edizione del festival da ricordare, cominciata con quello che può definirsi davvero un capolavoro, quel “Tristesses” di Anne-Cécile Vandalem che può tranquillamente essere accostato agli spettacoli che hanno fatto epoca dei suoi grandi predecessori belgi, come Thierry Salmon o Alain Platel, che hanno veramente indicato nuovi binari sui quali costruire il rinnovamento dell’arte teatrale. Si ribadisce, così, a parer nostro, l'imprescindibilità di un festival che negli anni ha sempre più caratterizzato la vicenda artistica di una Modena inserita in un sistema europeo, da salvaguardare se non addirittura implementare negli investimenti.
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