Gazzetta di Modena

stagione lirica

“La Traviata”: grande teatro in un’armonia di contrasti

di CLAUDIO GAVIOLI
“La Traviata”: grande teatro in un’armonia di contrasti

Va in scena venerdì al Comunale Pavarotti, per la stagione di lirica, La Traviata di Giuseppe Verdi. Qui di seguito una riflessione sull’opera. di CLAUDIO GAVIOLI Amore e morte” si sarebbe dovuta...

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Va in scena venerdì al Comunale Pavarotti, per la stagione di lirica, La Traviata di Giuseppe Verdi. Qui di seguito una riflessione sull’opera.

di CLAUDIO GAVIOLI

Amore e morte” si sarebbe dovuta chiamare in origine “la Traviata”. Un amore contrastato e straziante che trova purificazione attraverso l'ultimo respiro. Siamo nel 1853, al capitolo finale della “trilogia popolare” di Giuseppe Verdi, un trittico di capolavori all'apice della carriera. Dopo Rigoletto e Il Trovatore ecco di nuovo il sublime attraverso il brutto come categoria estetica: nel Rigoletto il corpo difforme del protagonista, nel Trovatore la furia vendicatrice della zingara Azucena, nella Traviata la decadenza morale di Violetta, “escort” ante litteram. Verdi firmò il melodramma in tempo reale, fatto inconsueto e impetuoso. Vide a Parigi e ne rimase folgorato, il dramma di Alexandre Dumas figlio “La signora delle camelie” ispirato alla vita vissuta di Marie Duplessis, mantenuta del demi - monde, riscattata dall'amore e glorificata dal sacrificio, un'outsider che riconquista la dignità attraverso l'amore di Alfredo contrastato dal padre che vede come fumo degli occhi la sua relazione con una prostituta. Verdi non perde tempo e mette la sua musica a servizio di un dramma moderno esaltando attraverso la parola scenica i conflitti dei protagonisti. Realismo spoglio e intimista che si serve di un soggetto scandalosamente contemporaneo nonostante gli strali della censura che lo aveva già perseguitato per Rigoletto. Il vecchio Germont, quintessenza del perbenismo e delle convenzioni sociali che intima a Violetta di farsi da parte altrimenti la figlia “pura siccome un angelo”, contaminata dallo scandalo che travolge il fratello, non troverà marito, costringe la giovane mantenuta alla resa dei conti con una vita di colpa e, attraverso il sacrificio, le dona una statura morale nuova fiammante. Quando tutti capiranno che è stato un sopruso imporre una rinuncia così crudele, sarà la tisi, il “morbo lento” come la definì Alessandro Manzoni nell'epitaffio alla figlia Matilde mancata a ventisei anni, a tessere le fila del destino. E sarà la musica di Verdi a sottolineare magistralmente l'armonia dei contrasti di matrice victorhughiana, nuova tendenza rispetto all'estetica classicista, più incisiva e più adatta alle scene perché, anche se in musica, sempre di teatro si tratta. E che teatro. Amami Alfredo anche se è tardi, soprattutto perché è tardi…

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