Gazzetta di Modena

Addio al maestro della poesia in musica

di MAURIZIO LOZEI
Addio al maestro della poesia in musica

Un genio che lascia capolavori come “Suzanne”, “Hallelujah”, “Seem so long, Nancy”. L’ultimo album pochi giorni fa

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NEW YORK. È morto Leonard Cohen, aveva 82 anni. Lo ha annunciato la sua casa discografica Sony Music Canada sulla pagina Facebook scrivendo: «Con profondo dolore comunichiamo che il leggendario poeta, cantautore ed artista Leonard Cohen è morto. Abbiamo perso uno dei più prolifici visionari. Una commemorazione si terrà a Los Angeles fra qualche giorno. La famiglia richiede privacy nel suo periodo di dolore». L’ultimo album, “You want it darker”, è uscito il 21 ottobre.

di MAURIZIO LOZEI

Uno alla volta, passo dopo passo, i vecchi ma gloriosi leoni della musica popolare del ’900 ci stanno lasciando. Leonard Cohen se n'è appena andato e pare giusto parlare di lui come un musicista/poeta che ha lavorato nel solco della tradizione della musica accessibile alla grande massa. Non a caso Cohen, sino all'ultimo, ha inciso i propri dischi per la major per eccellenza delle case discografiche mondiali, quella Columbia dove hanno militato Bob Dylan e Paul Simon.

In questa fantastica scuderia di talenti, Leonard Cohen s'era accasato di diritto, “raccomandato” da Judy Collins, quella musa dagli occhi blue e dalla voce cristallina cantata e adorata da Stephen Stills (quello di Crosby, Stills e Nash), la prima a incidere “Suzanne”, probabilmente la canzone più nota del cantautore canadese.

Nato a Montreal da emigrati ebrei nel 1934, Leonard ha portato nella sua poesia, sin dagli esordi, l'espressione e i temi dell'Antico e Nuovo Testamento. Una sensibilità, la sua, portata all'analisi della religione e dei grandi temi che riguardano l'esistenza. Con una predilezione su tutto: l'analisi e l'uso del verso. O meglio, come scrisse in “Halleluja” «c'è un rasoio di luce in ogni parola, e non è importante ciò con cui l'hai udita».

La parola, dunque, il verso, quelli che Leonard Cohen aveva iniziato a mettere su carta già da giovanissimo e che, ancora prima di essere cantati, erano diventati poesie e versi. Nei primi anni Sessanta infatti l'artista aveva pubblicato già alcune libri, “Flowers of Hitler” (1964) tra questi. Schivo e introverso, Cohen aveva tuttavia intuito come la forza delle sue parole avrebbe potuto trovare grande eco attraverso quella musica che tutta la gioventù del pianeta cantava e ballava sull'onda travolgente dei Beatles e dei Dylan.

Armato della sola chitarra acustica, Cohen era riuscito a farsi apprezzare dalla Columbia. È del 1967 la sua prima incisione, quel “Songs of Leonard Cohen” che, nonostante le poche vendite, contiene già il suo carattere. Qui si trova “Suzanne”, che in Italia sarà reinterpretata da Fabrizio De André. Cohen parla di amore e di sesso, di Dio e religione, di depressioni e delusioni, pensieri e parole espressi con una voce esile ma calda, dal timbro “affumicato” e dal colore crepuscolare, adatta più a sussurrare che a urlare disperazione e angosce. Poesia in musica, in buona sostanza, che per sempre prevarrà nella cifra artistica del canadese. Timido e ombroso, Cohen verrà incoraggiato dai tecnici e dal produttore che, per fargli superare la tensione, cercheranno di ricreare in sala d'incisione un ambiente familiare e caldo.

Dopo il flop del primo titolo, l'artista sfonda nel paese natio e in Gran Bretagna con il successivo “Songs from a room” (1969), un'altra manciata di canzoni semplici e scheletriche che ormai sono dei classici: - “Seem so long, Nancy” (in Italia proposta ancora da De André), “Bird on the wire”, “Story of Isaac”, sono solo alcune delle canzoni interpretate e scritte da un Cohen più convinto dei propri mezzi. Funziona bene anche il successivo “Songs of love and hate” (1971) mentre il successivo “New skin for the old ceremony” (1974) viene irrobustito da una strumentazione più corposa. Accanto all'artista, l'uomo Cohen continuerà la sua parabola esistenziale lungo sentieri diversi. “Tombeur des femmes”, ma con discrezione, pur non rinnegando mai il suo essere profondamente ebreo, entrerà durante gli anni Novanta dello scorso secolo nel monastero buddhista californiano di Mount Baldy. E diventerà monaco con il nome di Jikan, che significa, mai termine più appropriato, “silenzioso”.

Nel corso della sua carriera troverà ancora spazio la passione per la poesia, la scrittura di musica per film affidando a Oliver Stone, per il suo “Assassini nati”, la terribile “The future” (1992), dove canta senza pietà di richieste per ... «crack e sesso anale» e per il ritorno del Muro di Berlino, di Stalin e di San Paolo, perché le cose «scivolano verso tutte le direzioni» e «ho visto il futuro, fratello, ed è assassinio!». Nel terzo millennio Cohen raccoglie all'imbrunire tributi e nuovi consensi lavorando e cantando sino alla fine. Di lui valgono i commoventi versi d'apertura della sua bellissima “Bird on the wire”: «Come un uccello sul filo, come un ubriaco in un coro di mezzanotte, ho cercato, a mio modo, di essere libero».

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