Gazzetta di Modena

«Macbeth: un’opera eterna che sa parlare all’uomo»

di Daniele Montanari
«Macbeth: un’opera eterna che sa parlare all’uomo»

Franco Branciaroli, interprete e regista, spiega la genesi del “suo” Shakespeare: «Uno dei testi più alti dell’umanità a cui mi sono accostato con grande umiltà»

3 MINUTI DI LETTURA





PAVULLO. Inizia con un grande omaggio a William Shakespeare, a 400 anni dalla morte, la stagione del Teatro Mac Mazzieri, curata per il secondo anno da Ater. Questa sera (15 novembre) alle 21 andrà infatti in scena il “Macbeth”, tragedia diventata nei secoli archetipo della brama di potere e dei pericoli ad essa legati, secondo Franco Branciaroli, regista e interprete principale. Con lui sul palco Valentina Violo nel ruolo di Lady Macbeth, Tommaso Cardarelli, Daniele Madde, Stefano Moretti, Livio Remuzzi, Giovanni Battista Storti e Alfonso Veneroso. Traduzione curata da Agostino Lombardo, scene di Margherita Palli, costumi di Gianluca Sbicca e luci di Gigi Saccomandi, per una produzione Ctb Centro Teatrale Bresciano e Teatro de “Gli Incamminati”.

Branciaroli, il Macbeth 400 anni dopo. È ancora attuale?

«No, perché se fosse attuale allora sarebbe una cosa mediocre e passeggera. Il Macbeth invece è semplicemente eterno: è opera d'arte profondissima, riuscita in tutto, e quindi ha come caratteristica l'eternità. Che vuol dire sapere parlare all'uomo di ieri come a quello di oggi».

Non è cambiato in quattro secoli?

«L'uomo non cambia mai, solo Brecht credeva che potesse farlo. Ionesco diceva che rimane sempre lo stesso ed è a quest'uomo che si rivolgono i grandi indagatori dell'animo come Shakespeare. Finché saremo fatti di carne e sangue, e non di altri materiali, saranno riflessioni anche su di noi».

Chi è Macbeth?

«È un uomo che sta male nel mondo, che crede di avere davanti un obiettivo, la corona, ma appena l'afferra si rende conto che il tutto che credeva di raggiungere si è tramutato in niente. Non riesce più a vivere, è attratto irresistibilmente dal nulla e dalla distruzione, soggiogato in maniera suicida dalla sua immaginazione».

Ma la sua non è una tragedia dell'ambizione?

«Apparentemente. Lui crede che sia l'ambizione a muoverlo, ma poi quando ottiene tutto si assiste al crollo totale della sua anima. Perché? Perché dietro alla scusa dell'ambizione c'era il problema esistenziale di un infelice, di uno che nel '600 chiamavano malinconico e oggi sarebbe una specie di depresso».

Vittima anziché carnefice?

«Una vittima, può essere, ma che costa parecchio».

Che cosa ci ha messo di suo in questa rappresentazione?

«Niente, che cosa si può mettere in Shakespeare e in uno dei più alti testi dell'umanità? Vi si può solo accostare con umiltà, cercando di portare via il meno possibile».

Che messaggio le piacerebbe arrivasse allo spettatore?

«Nessun messaggio: il teatro è un'arte, non una lezione sociologica. E come arte, raggiunge il suo scopo se dona voluttà estetica: si va a teatro per godere dello spettacolo, non per apprendere».

Che differenza c'è ad esibirsi in provincia come a Pavullo?

«Nessuna: il pubblico di provincia è uguale a quello delle grandi città, non c'è più una separazione. Non perché la provincia sia diventata come una metropoli, ma perché la metropoli è diventata provincia, senza più distinzioni di élite. E poi a Pavullo ormai sono affezionato: sono venuto quattro volte negli ultimi otto anni, ed è sempre stato bello. A meno che non capiti la mattina dopo di trovare la neve e rimanere bloccati sul Carrai...».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google