Gazzetta di Modena

Marinoni-Negrelli: “Purgatorio”, il male e la sua riparazione

di Chiara Bazzani
Marinoni-Negrelli: “Purgatorio”, il male e la sua riparazione

MODENA. Da domani, 17 novembre, a domenica 20, va in scena al teatro Storchi “Purgatorio”, opera di grande intensità sulla violenza e la crudeltà, in un allestimento in prima assoluta italiana...

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MODENA. Da domani, 17 novembre, a domenica 20, va in scena al teatro Storchi “Purgatorio”, opera di grande intensità sulla violenza e la crudeltà, in un allestimento in prima assoluta italiana diretto da Carmelo Rifici con Laura Marinoni e Danilo Nigrelli. Il lavoeo è scritto da Ariel Dorfman, da sempre impegnato nella difesa dei diritti umani, che qui abbandona l'ambito più strettamente politico per investigare una dimensione esistenziale di relazione. Attraverso la ripresa del mito di Medea, Dorfman indaga il male che a volte gli esseri umani sono in grado di farsi l'un l'altro, e si domanda come, nonostante questo, ci possa essere una sorta di riparazione, qualche traccia di redenzione.

Signora Marinoni, che luogo è questo Purgatorio che dà il titolo alla pièce?

«Il luogo, come l'ha concepito Dorfman, è uno spazio indefinito in un tempo altrettanto indefinito, in cui sono stati collocati un uomo e una donna. È un luogo che l'autore ha visitato, un viaggio a Cadaqués con sua moglie, dove ha avuto una specie di visione perché lì erano stati tanti artisti importanti, come Dalì, Garcia Lorca e Eluard, Mirò e Bunuel, Magritte. Si è immaginato che in quel luogo ancora vivessero questi personaggi e che sarebbe stato bello scrivere una storia in cui una coppia composta da un uomo e una donna si ritrovasse dopo la morte per fare i conti su tutto quello che era stata la loro vita, per riuscire a perdonarsi cose imperdonabili».

Chi sono i personaggi di quest'opera?

«Una coppia che a poco a poco si scopre essere niente meno che la coppia Medea e Giasone, che nella vita si è fatta tutto il male possibile, forse le cose più atroci che si possono immaginare. Questo testo è una grande riflessione sul perdono su chi è la vittima o il carnefice. Qui lui ha voluto creare due personaggi che volta per volta sono uno la vittima e il carnefice dell'altro. Non voleva che ci fosse un personaggio solo positivo o solo negativo, ma una sorta di umanità fragile a confronto».

Nell'allestimento di Rifici come viene immaginato questo Purgatorio?

«Invece che un carcere o una stanza di manicomio, come è stato anche rappresentato in altri posti nel mondo, Rifici ha voluto immaginare una specie di set cinematografico in cui i personaggi sono ripresi da telecamere, registrati da microfoni, e dove il gioco tra la finzione e la realtà, tra i personaggi che sono e quello che devono diventare, è sempre davanti alle telecamere».

Si incrociano i piani tra realtà e finzione?

«Sì, continuamente. La bellezza e la difficoltà del testo sta proprio nel fatto che ogni battuta, ogni domanda e ogni risposta rimangono un po' sul filo del rasoio perché a volte uno riesce a scoprire l'altro, l'altro reagisce e non si deve far riconoscere in un meccanismo di suspense crescente; si crea una specie di schermaglia dell’anima in cui questi due personaggi sono registrati in tutte le loro sfaccettature, senza che il giudizio dell'autore propenda per l'uno o l'altro. Entrambi a volte sono mostri, a volte sono vittime. Ed è un po', simbolicamente, la nostra umanità, il fatto che ognuno di noi contiene in ugual misura il bene il male, e il vero gioco da giocare in Purgatorio, ma anche sulla Terra è quello di riuscire ad arrivare al punto di perdonare veramente che è la cosa più difficile che viene richiesta. Dorfman scrive che per tanto tempo si è occupato di politica e poi ha avuto voglia, in questo testo, di tornare al nucleo della coppia per indagare cosa significhi la violenza, il perdono, il male, la redenzione, su due esseri umani che sono il punto di partenza di ogni società».

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