“La favola e il dolore” in 32 opere di Gino Covili
Voluta da Franco Maria Ricci, da sabato una mostra a Fontanellato presso il Labirinto della Masone
PAVULLO. Trentadue opere di Gino Covili raccontano “La favola e il dolore” nella mostra, a cura della Fondazione Franco Maria Ricci e Covili Arte, che sarà ospitata, da sabato (inaugurazione, su invito, venerdì alle 18.30), presso il Labirinto, a Fontanellato di Parma. Due quadri segnano il confine tra gli aspetti sognanti, misurabili anche nel loro grado di meraviglia per i ricordi dell'infanzia, come indica la scena familiare della bella “Favola” che il padre racconta ai suoi figli, e gli aspetti di dolore di cui si connota la figura di un anziano che vive, pur con dignità, il dramma della solitudine mentre consuma un pasto, alla sola presenza del gatto. Tutta l'opera dell'artista, che il figlio Vladimiro e il nipote Matteo hanno voluto mostrare ieri, nell'incontro con i giornalisti nella casa-studio di Pavullo, si sostanzia di esperienza e di memoria nella testimonianza di una condizione di terribile sopravvivenza, che quei volti inquietanti e mani robuste, segnate dalla fatica, di personaggi quasi primitivi recano. Emerge la volontà del pittore di opporre umanità e disumanizzazione nei suoi contadini al lavoro, nel seminatore, nel mietitore, nel potatore, nel guardiano della vigna, nel cacciatore, nel pastore nella notte, nella lotta tra gli animali. Si afferma in una dimensione brutale e desolata il senso di una avvilente condizione umana perché la sua opera esprime la lunga odissea di un lungo lavoro di inaridimento umano. Il linguaggio forte, impetuoso diventa espressione massima di una concreta dimensione di disagio, di lacerazioni anche interiori, di dolore; sostanzia un destino quasi tragico, cui Covili adegua una pennellata decisamente robusta, con vitalità e impeto nell'esecuzione. È tradurre sulla tela anche una presenza elementare, quella della terra, dell'animale e dell'uomo, come materia sensualmente avvertita. Una materia in cui palpitano forze persino oscure, ma la narrazione diventa anche fiabesca in quelle figure dominate da visi di metamorfosi e occhi sporgenti che sembrano esaltare il senso della loro potenza fisica, la sopportazione di un lavoro, di una condanna che i lavoratori della montagna affrontano quasi con orgoglio. Un recupero esistenziale che non impedisce a Covili di concepire il quadro come inno alla terra e alle creature del Frignano che il grande grande, dal titolo “La festa”, mette insieme, come epopea popolare. L'opera occuperà una sala con altri otto dipinti, riguardanti il ciclo degli “Esclusi” cioè degli ospiti del Centro psichiatrico di Gaiato che l'artista aveva potuto osservare mentre stava intervenendo pittoricamente sulle parete del bar. È una indagine su stati d'animo, su comportamenti involontari rispondenti alle esigenze di Covili di misurarsi con la complessità della vita dell'uomo. La selezione delle opere è stata operata con rigore da Franco Maria Ricci, autore del catalogo, e degli scritti, che accompagna la mostra che segue quella di “Arte e follia”, curata da Vittorio Sgarbi, con le opere di Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi. Di antica data è la stima, e l'amicizia, con Covili di Franco Maria Ricci che nel volume “Il Paese ritrovato” scrive che “Covili è stato uno di quegli artisti che più hanno affascinato la mia giovinezza”. La mostra resterà aperta fino al 5 marzo, dalle 10 alle 19 (chiusura: il martedì e dal 16 gennaio al 10 febbraio). Ingresso 18 euro, ma il biglietto comprende anche la visita alle collezioni permanenti e al parco del Labirinto della Masone. Vladimiro e Matteo rivelano che, fra due anni, in occasione del centenario di Gino, la casa diventerà museo.
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