Papi, comunicatori ascoltati? Lo svela a Modena Alessandro Barbero
Lo storico, sul palco del teatro Storchi alle 17 del 27 novembre, per chiudere il ciclo di incontri organizzati da Laterza Dal Medioevo ad oggi un’analisi del linguaggio dei Pontefici con i fedeli e il potere
MODENA. Domani, domenica 27 novembre, lo storico Alessandro Barbero sarà al Teatro Storchi, dalle 17, per l’ultima delle conferenze del ciclo “Lezioni di storia”, organizzate dalla Casa Editrice Laterza e che hanno portato a Modena Franco Cardini, che ha parlato di Islam e Occidente, ed Emilio Gentile che ha tenuto una lezione su “Il capo e la folla. La genesi della democrazia recitativa”. In occasione della pubblicazione del suo ultimo libro “Il linguaggio del Papa”, Alessandro Barbero parlerà di come la Chiesa, nel corso del tempo, abbia cambiato il modo di comunicare con il mondo, con i fedeli, con il potere, e di come si sia confrontata con i grandi cambiamenti. L’incontro è ad accesso libero.
Prof. Barbero, i Papi hanno modificato il loro modo di comunicare in rapporto ai diversi contesti storici, politici e culturali?
«Confrontando una serie di interventi, le più importanti bolle, encicliche dei Papi nel corso dei secoli per vedere se c’era un’evoluzione, è venuto fuori, a seconda dei momenti storci, che il linguaggio dei Papi rispecchia proprio il rapporto fra la Chiesa e il mondo. Ad esempio, i Papi del Medio Evo hanno una grande franchezza e libertà di linguaggio, anche violento a volte, molto più che in altre epoche nelle quali il linguaggio è stato più mielato. E questo perché sono molto sicuri di essere destinati a governare il mondo anche a costo di combattere i poteri politici, anche a costo di dire che il potere politico non è affatto messo lì da Dio. C’è una lettera di Gregorio VII che dice: “I re? Sono solo una discendenza di quelli che hanno rubato più di tutti gli altri”».
E nel Rinascimento?
«Nel linguaggio dei Papi del Rinascimento si insiste sempre di più sull’obbedienza. La gente deve obbedire, non deve discutere, non deve chiedere. Quando viene fuori la Riforma Protestante, la reazione dei Papi non è più di discutere ma è di dire in maniera perentoria: “voi sbagliate perché ve lo dico io!”. Nella bolla di scomunica di Lutero, Papa Leone X dice: “Sant’Agostino ha detto che non si dovrebbe credere neanche al Vangelo, se non ci fosse la Chiesa che dice di crederci”».
L’obbedienza dunque diventa la parola d’ordine della Chiesa, ma è il mondo la segue?
«L’obbedienza è tutto, salvo che il mondo va in tutt’altra direzione e dunque la Chiesa è bloccata su questo discorso e di fronte alla modernità va in crisi. Non solo di fronte alla Riforma Protestante ma pensiamo all’Illuminismo, alla Rivoluzione Francese, al libero pensiero, alla libertà di coscienza. La Chiesa è contro tutto, ci sono queste idee folli della libertà di coscienza e fa la retroguardia su tutto, non accetta niente e finisce per perdere tutto il suo prestigio internazionale oltretutto».
Nel ‘900 però i Papi tornano a essere dei comunicatori ascoltati?
«Tra la fine dell’800 e il ‘900, con la “Rerum Novarum” di Leone XIII, la “Pacem in Terris” di Giovanni XXIII, i Papi invece hanno imparato a fare i conti col mondo moderno. Paolo VI lo dice chiaramente: “Abbiamo imparato che è nostro dovere cercare di gettare la luce del Vangelo sui problemi del nostro tempo”. E così senza più comandare, urlare ma anche senza spaventarsi di tutto ritrovano una certa autorevolezza, rispetto a un momento in cui l’autorevolezza della Chiesa era proprio sparita».
Papa Francesco?
«Secondo me Papa Francesco è in linea con tutto questo, più lui che non Giovanni Paolo II, considerato il grande comunicatore, ma che in realtà ha fatto una politica in cui comunicava più col gesto, secondo me, con le espressioni. E a leggerle, le sue encicliche, non lasciano neppure quella impressione così travolgente che lasciava il suo agire. Francesco è invece di nuovo un Papa la cui parola conta molto. Pensiamo a quando ha detto “Io tirerei un pugno a chi offende mia madre”, qui le parole del Papa contano».
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