Parolin: «Ecco Nativos dove i riti sciamanici si traducono in danza»
La coreografa spiega la genesi dello spettacolo creato a Seul grazie anche all’esperienza diretta ad un rito di iniziazione
MODENA. Due serate al Teatro delle Passioni, oggi e domani alle 21, con “Nativos”, straordinario spettacolo di danza, di cui è ideatrice e coreografa Ayelen Parolin, argentina che opera a Bruxelles. Vincitrice, nel 2016, di una delle cinque borse di ricerca della Fondazione Pina Bausch, la Parolin, che è anche danzatrice di talento, ha concepito, presso il Théatre di Liegi, questo spettacolo che vede impegnati ballerini della Korean National Dance Company, la musicista Lea Petra al pianoforte e il percussionista e cantante coreano Yeo Seong Ryong. Una rappresentazione che rimanda a ritualità dello scamanesimo e al suo stretto rapporto con la natura, e si fonda su ritmi di danza, scanditi con rigore di movimento, quasi di astrazione geometrica, matematica.
In che misura lo spettacolo è legato allo sciamanesimo?
«In Corea c'è una tradizione sciamanica molto forte. Il percussionista che suona nello spettacolo viene da una famiglia di sciamani e conosce molto bene i riti, i canti e le danze. Attraverso le sue conoscenze, abbiamo avuto la possibilità, durante la creazione dello spettacolo, di essere invitati ad un rito di iniziazione sciamanico. Questa esperienza ha suscitato ogni tipo di reazione nei danzatori. E ciò ci ha offerto un punto d'incontro e ha, alla fine, ispirato il nostro lavoro».
Si può parlare anche oggi di nuovi e moderni sciamani che continuano le tradizioni?
«Nelle nostre società tutto è corrotto, globalizzato e rientra nel mercato del consumo e lo sciamanesimo non resta intoccabile. Esiste la contraddizione della globalizzazione spirituale che trovo affascinante, assurda e complessa».
A lei piace anche il pensiero di Walter Benjamin su cui si basa il suo spettacolo “Eretici” di due anni fa. Esiste un legame tra il pensiero del filosofo tedesco e lo sciamanesimo?
«Non mi sento capace di rispondere a questa domanda. Stavo leggendo il “Dramma barocco tedesco” di Benjamin che sosteneva nel suo libro che l'uomo moderno è troppo codificato per interpretare la tragedia greca. Pensa di poter fare tutto, ma è incapace di fare le cose che non appartengono più alla sua epoca. Allora non ho potuto fare a meno di fare il parallelismo tra la tragedia greca e lo e sciamanesimo e cerco di mettere insieme questi due concetti. L'uomo moderno è troppo codificato, per niente spontaneo, e ho voluto confrontare ciò a una serie di passi che mi avevano insegnato in uno stage di sciamanesimo. La domanda sorta è: “Si può entrare in transe attraverso un lessico meccanico e matematico”?
Come si può tradurre il pensiero nella danza?
«Per danzatori e coreografi il movimento è il linguaggio, io ho raramente delle idee sul movimento, ho piuttosto delle inquietudini che traduco in movimento, che condivido con le persone con cui lavoro e insieme formuliamo una domanda, un'ipotesi o una risposta. Il corpo parla come le parole, parla di stati d'animo, di emozioni, sensazioni in un linguaggio talvolta più diretto».
Come ha concepito questa rappresentazione?
«La creazione è stata realizzata in quattro settimane a Seul, partendo dai movimenti dei danzatori, dalle improvvisazioni e dal materiale coreografico e musicale che noi abbiamo portato. Abbiano lavorato contemporaneamente in due studi: i musicisti da un lato e i danzatori dall'altro, una parte della giornata. E la seconda parte lavoravamo insieme».
Quali difficoltà ha avuto per realizzare lo spettacolo? E la gioia più grande?
«La difficoltà più grande è stata quella di trovare un punto di interesse comune. La gioia maggiore è di condividere la stessa passione e amore per questo mestiere».
Lo spettacolo sarà portato in vari paesi europei?
«Stiamo facendo una tournée in Europa: 12 date in tre paesi (Francia, Belgio e Italia) in un mese. Ed è un bel giro».
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