Gazzetta di Modena

TEATRO

Vignola, “Human” e le contraddizioni tra chi è in fuga e chi osserva

di Andrea Marcheselli
Vignola, “Human” e le contraddizioni tra chi è in fuga e chi osserva

Testimonianze dirette, riflessioni e ripensamenti sui temi dell’immigrazione nello spettacolo di Baliani e Costa in scena stasera al Teatro Fabbri

3 MINUTI DI LETTURA





VIGNOLA. "Human”, ideato e scritto barrato, come a significare la presenza dell’umano e al tempo stesso la sua possibile negazione, è il titolo dello spettacolo di Marco Baliani e Lella Costa in scena questa sera (1 dicembre) alle 21 al Teatro E. Fabbri di Vignola. Uno spettacolo in forma di oratorio, con al centro il “concetto di umanità” e una sorta di slogan come dichiarazione di poetica: “Fare del disagio di noi europei, sorriso e poesia”. Si tratta, in pratica, di un’azione scenica frutto di un progetto, il “Progetto human”, appunto, alimentato da testimonianze dirette, riflessioni, ripensamenti sul tema dell’emigrazione, di chi lo fa per sfuggire alle guerre e i genocidi e di chi invece parte alla ricerca di un lavoro, come abbiamo fatto anche noi italiani ancora nel secondo dopoguerra. Sul palco, assieme a Costa e Baliani, quattro giovani attori, David Marzi, Noemi Medas, Elisa Pistis, Luigi Pusceddu, per dare forma e vita all’angoscia e alle motivazioni di chi scappa dalla propria terra ma pure alla diffusa ipocrisia di chi si trova ad accoglierlo, per cui sulla scena si alternano le voci di coloro che si trovano nel corso di terribili viaggi, non di rado destinati a trasformarsi in tragedie, e quelle di chi assiste a queste ultime davanti al televisore, magari mangiando in compagnia di amici e parenti o sorseggiando un aperitivo bevuto al dispiacere di constatare cosa può accadere praticamente dietro l’uscio di casa.

«Loro sono in fuga, ma noi siamo smarriti», dice con la consueta verve ironica Lella Costa, e questo smarrimento può generare anche momenti di amaro divertimento che in certa misura arricchisce la ricerca che lo spettacolo compie, più ancora che sul fenomeno dell’emigrazione, sui fondamentalismi e i pregiudizi di cui si nutrono i nostri comportamenti contraddittori, sull’egoismo col quale ci si pone davanti a gente malata di disperazione. Nato dall’incontro di due mostri sacri della nostra scena teatrale e sviluppato sul mito ovidiano di Ero e Leandro, gli amanti divisi dalle rive dell’Ellesponto, lo spettacolo si avvale della collaborazione di Antonio Marras per le scene e i costumi e di Paolo Fresu e Gianluca Petrella per le musiche originali. Rivolto ad un pubblico il più vasto ed eterogeneo possibile, in virtù di una provocazione che sa essere viva e spassosa, cerca di essere qualcosa di più, o almeno di diverso, di quello che si può definire teatro civile, semmai un’autocoscienza collettiva teatralizzata, un racconto per quadri che intende mettere a nudo le nostre paure e ipocrisie per far sì che lo spettatore se ne vada non “solo più consapevole e virtuosamente indignato o commosso. Vogliamo spiazzarlo, inquietarlo, turbarlo, assediarlo di domande. E insieme incantarlo e divertirlo, che è il nostro mestiere”, scrivono a quattro mani gli autori, nella presentazione dello spettacolo.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google