Dall'umile realtà alla meraviglia
Al Salotto Muratori opere di Bussotti, Manelli, Rambaldi, Sharifpour, Shafti, Sighinolfi
VIGNOLA. C'è un gruppo di artisti frequentatori assidui dello studio di Paolo Sighinolfi, in aperta campagna, a Collegarola, dove epongono anche i loro lavori. Alcuni di essi (Enrico Manelli, Fabrizio Bussotti, Stefano Rambaldi, Amir Sharifpour, Sima Shafti) e Sighinolfi hanno portato le loro opere al Salotto di L.A. Muratori. La mostra registra una diversità di linguaggi e temi. Su una accorta tessitura di colori gioca il fiorentino Bussotti (a Modena dagli '70 come dirigente di laboratorio di ricerca presso ceramiche) che, nella germinazione dell'immagine astratta, invera una mutazione lirica di un campo di grano, di un lago, di un sottobosco che sviluppano accensioni cromatiche. E' allusiva, simbolica l'opera dell'iraniana Sima Shafti (studi a Teheran e all'Accadenia di Bologna; vive a Ferrara) che nell'intonaco su tavola pare verificare una scrittura di incomunicabilità. Una scrittura plastica come geroglifici di ordine magico e misterioso, razionale e fantastico, per una tensione conoscitiva (la chiave), e per un cammino di ricerca. Iraniano è pure Amir Sharifpour (laurea in scenografia a Teheran) che nelle terrecotte decanta la materia in elementi di aristocrazia analitica, per indicare il senso dell'avventura e delle migrazioni. Una stilizzazione di particolari (mani e piedi) anche per la “Dea della natura”, concepita come figura di sintesi, con lo spirito di una divinità pagana, di panica armonia. Meravigliano pure i teatrini che Manelli (già docente di scenografia all'Accademia di Bologna) costruisce con vari materiali e con un'audace architettura, ripondenti alla rappresentazione di “S. Giovanna dei macelli” di Brecht, a “Ofeo” di Plauto, “Filumena Marturano” di Eduardo De Filippo, “Finale di partita” di Beckett. Le scene si precisano per felicità d'invenzione e per memorie culturali. Scultore legato alla tradizione è Sighinolfi (autore anche di opere pubbliche) per il suo operare antico che porta, nel legno, a solennità di rappresentazione, con sviluppi audaci, i velieri, il delfino, una foglia per un omaggio al compianto amico scultore Raffaele Biolchini. Di metamorfosi è l'abito di S. Francesco che si tramuta in tortore, per indicare l'amore del santo per gli uccelli. Di disgressioni e di rottura di canoni figurativi si connotano le opere di materiali poveri del bolognese Rambaldi. Una stratificazione, con abili innesti, di elementi di recupero che sostengono l'idea della rovina e del possibile restauro per un recupero di nuova esistenza. Nella contaminazione del colore possibili anche i rimandi a “specchi giorni” e “oltre un grigio cielo”.
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