Roberto Saviano a Modena: vi racconto i giovani arruolati in camorra
Lo scrittore al Forum Monzani presenta il libro “La paranza dei bambini” «Quando nel 2010 parlai di mafia al Nord, fu scandalo. Poi l’inchiesta Aemilia...»
MODENA. «Ho seguito il processo Aemilia perché ho sempre ritenuto fondamentale raccontare lo strapotere della 'ndrangheta al Nord e quando ne parlai in televisione, nel 2010 durante Vieni via con me, ci fu un quotidiano che raccolse firme contro di me che avevo dato del mafioso al Nord».
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Parole dello scrittore e giornalista Roberto Saviano che oggi alle 17,30 al Forum Monzani della Bper presenta il suo ultimo libro, “La paranza dei bambini”, edito da Feltrinelli (l'ingresso è gratuito, l'autore firmerà copie del volume (352 pagine, 18,50 euro).
L'opera, un romanzo basato su fatti realmente avvenuti, narra la storia della paranza dei bambini di Forcella, ossia dei tanti ragazzi in scooter che chi è stato a Napoli non ha potuto non notare. Roberto Saviano narra quei giovani dai soprannomi improbabili - Pesce Moscio, Dentino - che sfrecciano spesso contromano e commettono terribili delitti a servizio dei boss della camorra.
Saviano, ci spiega il titolo?
«Le paranze sono imbarcazioni che escono in mare di notte, spesso in coppia, per pescare, o meglio, per ingannare con le luci che hanno a prua i pesci. Come le imbarcazioni escono in mare e con le loro immense reti prendono pesci ingannati, allo stesso modo le paranze di camorra arruolano giovanissimi, ingannati dal desiderio di comando. “La paranza dei bambini” è il nome che i pm della Procura di Napoli Henry John Woodcock e Francesco De Falco hanno dato all'inchiesta condotta sulle nuove paranze di camorra a Napoli. Hanno a disposizione arsenali e con armi da guerra, tengono in pungo la città attraverso le cosiddette “stese”. Si tratta di veri e propri raid, in sella a scooter e moto, si spara in aria, mirando ad antenne, palazzi, segnali stradali. Chi assiste alle “stese” deve stendersi per avere la vita salva, per scansare i proiettili. In questo modo i paranzini hanno la città ai loro piedi».
Perché le mafie si servono dei minorenni?
«I ragazzi sono sempre stati arruolati dalle organizzazioni criminali per piccoli lavori. Il loro destino era segnato sin dall'inizio: se fossero sopravvissuti, dopo il carcere avrebbero avuto un posto nell'organizzazione. Oggi qualcosa è cambiato. Con i vecchi capi al 41bis e con molti di loro che hanno iniziato a collaborare con la giustizia, capita che fuori restino le donne e i bambini, ecco perché sono loro ad aver preso il comando. Eppure non esiste una reale continuità con le vecchie famiglie e sulla scena criminale si affacciano nuove personalità. Oggi le paranze non arruolano solo figli di vecchi boss, ma anche ragazzi provenienti da famiglie che non hanno storie criminali, ma che sono spesso strozzate da rate e mutui. Quello che spinge ad arruolarsi nelle paranze è la totale mancanza di prospettive, è la consapevolezza che i soldi o sono difficilissimi, quasi impossibili, o non sono. Ciò che spinge a imbracciare armi è la paura del fallimento».
Dopo la serie Gomorra, ora Michele Santoro realizza "Robinù", film che parla appunto della paranza. Quanto sono importanti le immagini?
«Direi che somo fondamentali. Credo che non esistano limiti al racconto delle dinamiche criminali. Oggi mezzo, libro, racconto televisivo, documentario, film, serie tv, è assolutamente quello giusto».
La mafia al nord è un altro grave problema.
«Certo. Ho sempre ritenuto fondamentale raccontare lo strapotere della 'ndrangheta al Nord e quando ne parlai in televisione nel 2010 durante Vieni via con me, ci fu un quotidiano che raccolse firme contro di me che avevo dato del mafioso al Nord. È sempre molto difficile raccontare quella zona grigia fatta di politici locali e imprenditori che hanno legami con le organizzazioni criminali. Ed è ancora più difficile quando questo accade al Nord e non, quindi, in quelle regioni (Campania, Puglia, Calabria, Sicilia) che a torto si ritiene siano le uniche a essere sotto il giogo della criminalità organizzata».
Cosa si può fare?
«Incolpare la vecchia legge del confino al Nord dei mafiosi vuol dire guardare al problema in maniera colpevolmente miope. Se le mafie hanno trovato spazio al Nord è perché il tessuto sociale, politico e imprenditoriale è stato ed è assolutamente permeabile. Le mafie sono presenti dove è possibile fare investimenti e dove soprattutto non si sparge sangue, dove posso lavorare senza attirare attenzione».
Quali gli antidoti per sradicare la mafia?
«Seguire i capitali criminali, prestare attenzione all'assegnazione di appalti e subappalti anche dove non si immaginerebbe la presenza delle organizzazioni criminali. Essere onesti deve convenire: questo deve guidare la politica del legislatore».
Qual è la situazione della lotta antimafia oggi?
«La mafia la combattono solo le forze dell'ordine e la magistratura che sono praticamente sole. Ci sono voci, poche, in ambiti diversi da questi. Voci che tendono a essere isolate, stigmatizzate, silenziate, indicate come iettatrici, malaugurati. Il racconto del Paese deve essere forzatamente positivo ottenendo un risultato grottesco».
È ottimista o pessimista sul futuro dell'Italia sul tema mafia?
«Pessimista. Non si parla di legalizzazione delle droghe leggere che potrebbe essere un primo passo per indebolire le mafie: come si può essere ottimisti quando un problema si preferisce nasconderlo piuttosto che affrontarlo a viso aperto per cercare soluzioni?».
Stefano Luppi
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