“Il Bosco della Saliceta” cent’anni di immagini su un paradiso perduto
Già noto nel Trecento, poi riserva di caccia degli Estensi venne distrutto nel tentativo di fare lottizzazioni coltivabili
CAVEZZO. Dopo aver raccontato, dal 1972, in più di dieci volumi, Cavezzo con le immagini anche del terremoto, Arrigo Barbieri fa rivivere nell'ultima pubblicazione la storia de “Il Bosco della Saliceta”. Un volume che si connota soprattutto di immagini di un secolo, rigorosamente selezionate dal fotografo di Cavezzo che sostiene che «i confini originari non sono perfettamente noti». La collocazione del bosco è nella Bassa modenese e la sua storia passa attraverso l'opera di bonifica, già nel Trecento, di zone di acque stagnanti. Il luogo acquista sempre più grandiosità e meraviglia, tanto da attirare l'attenzione di molti, tra cui gli Estensi già dalla metà del XV secolo, che poi ne faranno una riserva di caccia. Inesorabile, nel tempo, il folle abbattimento degli alberi e della folta vegetazione per trasformare il bosco in un territorio coltivabile. Nel 1834 si tenta, su idea del Ducato di Modena, di coltivare riso. Scarsa è la redditività e forte il degrado del territorio, con gravi e frequenti casi di febbre malarica. E a S. Felice si suggerisce, con relazioni sanitarie, tra il 1920 e 1930, la sospensione di coltivazione del riso, anche per i reclami dei Comuni di Camposanto, S. Prospero, Medolla e anche S. Felice. Continuo sarà il deterioramento, fino ad arrivare al totale disboscamento nel 1950, per dare possibilità a 80 braccianti di costruire le loro case, con mutui concessi dal ministero dell'Agricoltura.
Inevitabile il rimpianto per la splendida natura violata nella sua grande bellezza. Del bosco è stata gelosa custode, per tre generazioni, la famiglia Marsalek, da quando Giovanni fu chiamato dal Duca, come guardiacaccia, nel 1819. Il bosco si trova in uno stato di abbandono quando, nel 1909, diventa di proprietà di Vittorio Sacerdoti, conte di Carrobio che fa erigere il Castello di Massa Finalese, per dare la possibilità alla nobile moglie di trascorrere lunghi periodi di libertà, senza rimpiangere la Boemia. Gli renderà visita, il 31 maggio 1935, il principe Umberto di Savoia, futuro re d'Italia. Numerose le battute di caccia, con tanti personaggi della nobiltà (anche il conte Adalberto di Savoia), provenienti da località persino lontane, e sempre generoso il bottino di selvaggina per lauti banchetti, in netto contrasto con la dilagante miseria ai limiti del bosco che, durante la guerra, sarà deposito di munizione dell'esercito tedesco. Il bosco si pone anche come rifugio di briganti, banditi e malfattori. E non mancano gli allagamenti. Ad esso si collegano le tenute, con foraggi, caseifici, granai, macchine agricole. Le testimonianze di Alma Ascari e Franco Pedroni riconducono al disboscamento, al recupero di legna e fascine, gratis per tutti (un hangar viene adibito a dormitorio per persone provenienti da altri paesi), alla trasformazione per la coltivazione di grano e pomodori, compatibili con il terreno dell'ex bosco.
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