Montefiorino, storia e arte all’ombra dell’antica Rocca
La fortezza dal 1170 domina le vallate dei torrenti Dolo e Dragone Dopo alterne vicende, espugnazioni, incendi e ricostruzioni, passata nel 1426, con la cacciata dell'ultimo discendente dei Montecuccoli, sotto gli Estensi, la rocca divenne sede di podesteria, e poi, dopo secoli, del Municipio. Ha subito gravi danni durante la Resistenza, e oggi risulta strutturata in quattro corpi di fabbrica che cingono un cortile rettangolare, con tre lati porticati aperti in logge.
Il Museo della Repubblica di Montefiorino e della Resistenza italiana, fondato nel 1979, è stato riaperto con un nuovo allestimento nell’aprile dell'anno scorso. Ha sede nell'imponente castello che domina le vallate dei torrenti Dolo e Dragone, antiche vie di attraversamento del valico appenninico in direzione di Lucca, da cui passava la via Bibulca, che divenne nel Medioevo una delle principali strade di collegamento con la Toscana. La possente fortezza ebbe origine da una torre quadrangolare eretta intorno al 1170, per volontà dell'abate Guglielmo, allora rettore della Badia benedettina di Frassinoro, e di Bernardo da Montecuccoli.
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Dopo alterne vicende, espugnazioni, incendi e ricostruzioni, passata nel 1426, con la cacciata dell'ultimo discendente dei Montecuccoli, sotto gli Estensi, la rocca divenne sede di podesteria, e poi, dopo secoli, del Municipio. Ha subito gravi danni durante la Resistenza, e oggi risulta strutturata in quattro corpi di fabbrica che cingono un cortile rettangolare, con tre lati porticati aperti in logge. Nella parte destra della facciata un rilievo raffigura San Michele Arcangelo, al quale era dedicata la cappella castellana. Sul lato ovest domina il mastio. Montefiorino sorge a 797 metri sul livello del mare, e il suo territorio si estende per 45,28 kmq. Oggi conta 2.200 abitanti.
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Come tutti i Comuni dell'Appennino ha sofferto una fortissima emigrazione nel dopoguerra: nel 1931 i residenti erano quasi 5.000, e più di 4.500 ancora nel 1951. Le fotografie scattate fra le due Guerre mondiali ci mostrano un abitato molto piccolo, sovrastato dal Castello. La maggior parte degli abitanti risiedeva quindi nelle campagne, o nelle frazioni di Casola, Farneta, Gusciola, Lago, Macognano (chi va su Internet (ma non bisogna mai fidarsi troppo!) scopre, sul sito Italia.indettaglio.it, che “nella frazione o località di Macognano risiedono sedici abitanti, dei quali cinque sono maschi e i restanti undici femmine”!), Rubbiano e Vitriola. Da segnalare a Farneta la presenza importante della Centrale idroelettrica. Costruita nel secolo scorso, dal 1924 al 1928, utilizza le acque del Dolo e del Dragone. La sua architettura base (la centrale è stata poi ampliata) è stata preservata, e al proprio interno ospita un museo sul tema, con i vecchi macchinari.
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La cosiddetta “strada della centrale” permette di salire a Farneta direttamente dal ponte sul fiume Dolo, a valle, evitando di passare per Rubbiano. Durante la costruzione della centrale la vecchia chiesa del 1860 subì gravi crolli, e sopravvisse solo l'abside. Al suo posto fu costruita l'attuale chiesa parrocchiale, dedicata a San Tommaso Apostolo.
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Anche a Casola si costruì una nuova chiesa alla fine dell'Ottocento (il parroco don Vincenzo Parenti annotava che “il bisogno di una nuova chiesa in questa mia parrocchia era da tutti vivamente sentito, sì per lo stato dirocante della vecchia, sì per la sua ristrettezza, talché più non conteneva l'intiera popolazione contando già presentemente anime 1003”). Lo stesso parroco ben spiegava in una sua lettera le condizioni di quella zona dell’Appennino alla fine dell'Ottocento: “La popolazione di questa alpestre parrocchia, in massima parte scarsa di beni di fortuna, costretta per metà dell’anno ad emigrare in cerca di lavoro per sostenere la famiglia, privata negli anni 1892 e 1891 del massimo suo raccolto delle castagne in conseguenza del gelo, ebbe distrutta negli anni 1892 e 1895 dalla grandine buona parte dei suoi prodotti agricoli, ed in quest'anno istesso la Peronospora infestò i vigneti”.
Ma l'edificio religioso più importante del territorio di Montefiorino è certamente la Pieve di Rubbiano.
La prima menzione della sua esistenza risale al IX secolo, quando era a capo di una parrocchia vastissima, che comprendeva anche i territori che poi, nel X e XI secolo, formeranno le parrocchie di Santa Maria di Polinago e Santa Giulia dei Monti di Monchio. La chiesa oggi fa parte di un gruppo di costruzioni che comprendono anche la torre campanaria, la canonica, quello che forse è un battistero e gli edifici colonici vicini. L'edificio attuale risale al XII secolo e fu restaurato e anche modificato varie volte.
Si tratta di un elegante edificio completamente in pietra, con tre navate e tre absidi, dotato di transetto, che conserva sia all'esterno che all'interno buona parte dell'apparato decorativo romanico, con lunette e capitelli figurati, e tracce di affreschi quattro-cinquecenteschi.
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La conservazione di questo importantissimo edificio medievale si deve in gran parte ad Arsenio Crespellani, Ispettore dell’Ufficio Regionale per la conservazione dei monumenti dell'Emilia, che nel 1888 si recò alla Pieve con il fotografo modenese Gaetano Sorgato, che scattò cinque importantissime fotografie ora conservate presso la Biblioteca Estense di Modena.
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Così iniziò il viaggio da Modena a Montefiorino: “Nel mattino del 22 giugno 1888 unitamente al fotografo Sorgato sono partito da Modena col treno delle 5,38, ed alle 6½ ante meridiane sono giunto a Sassuolo. Poi presa una vettura con due cavalli siamo partiti alle 7½ per Monte Fiorino, e giunti alle ore una a Vitriola … mi sono fermato per sentire come dovevo regolarmi per andare a Rubbiano, scopo della gita per ordine del Ministero. Allora siamo saliti con la vettura, sempre fra qualche goccia d'acqua, e giunti al paese e quindi al Comune, ho trovato il segretario comunale, compitissimo, che col Sorgato e due montanari che portavano la cassetta della fotografica, siamo giunti a Rubbiano, ove quell'Arciprete, vecchietto dai 60 ai 70 anni, mi ha fatto molta accoglienza e si sono fatte le fotografie delle bellissime parti della chiesa ...”. Così fu restaurata (con criteri oggi discutibili), ma anche salvata, una testimonianza importantissima del nostro Appennino.
Rolando Bussi
bussirolando@gmail.com
(58, continua)
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