Captain Fantastic, l’utopia della fuga dalla civiltà
Il film di Ross racconta in modo intenso e mai retorico il sogno di una vita a contatto con la Natura
CAPTAIN FANTASTIC di Matt Ross. Usa 2016
Dai tempi di Thoreau e del suo seminale “Walden, o la vita nei boschi”, la psiche americana, mentre si compiva l'inesorabile industrializzazione e cementificazione del paese e la chiusura della frontiera, si è esercitata, come risarcimento simbolico, a immaginare una vita fuori dai confini della civiltà, a contatto diretto con la Natura mistica e rigenerante. Un mito trascendentalista ottocentesco che è stato ripreso in epoca più recente dal movimento hippie. Chiaro che ci troviamo nel campo dell'utopia, fascinosa quanto si vuole, ma comunque irrealizzabile in un mondo ormai “murato” dal capitalismo e dai suoi meccanismi spietati. Ci prova ancora però il Ben di questo film, che trascina i sei figli (la moglie è malata in città) a vivere in mezzo alla foresta dell'Oregon. L'incipit si sforza di comunicare il senso di una immersione panica nella Natura. Un idillio disneyano, che viene bruscamente interrotto dall'aggressione di un ragazzino armato di coltello che taglia la gola alla bestia. È l'iniziazione del figlio maggiore di Ben, che divora il cuore pulsante del quadrupede e diventa “uomo”. Riti virili, tecniche di combattimento, letture di Dostoevskij e del saggio di Diamond “Armi, acciaio e malattie”, musica e danze, caccia e coltivazione. Ben addestra i suoi figli a vivere al di fuori della società dei consumi, funge anche da maestro per tutti loro, ma a un certo punto è costretto a rientrare nell'aborrita “civiltà” perché giunge notizia che la moglie è morta suicida. La famiglia si mette dunque in marcia su un vecchio autobus in direzione di Coronado, New Mexico, per assistere ai funerali della donna, anche se il ricchissimo suocero si oppone alla presenza di Ben, che ritiene il responsabile della morte della figlia. La seconda parte del film mette in scena l'alternanza di scelte che si prospetta a Ben: la prosecuzione del suo sogno utopico oppure, il rientro nell'ordine, nella normalità, mettendo in sicurezza la prole. In mezzo, di tutto: il compleanno di Noam Chomsky festeggiato in luogo del Natale, il rifiuto di mangiare junk food, suoni di chitarre e cornamuse, una scena madre all'interno della chiesa dove si stanno tenendo le esequie e dove Ben rivendica il buddismo e la cremazione della moglie. Fino a una arrampicata notturna quasi fatale di una delle figlie, che spinge finalmente Ben a una riflessione profonda. Non immemore del vecchio capolavoro di Peter Weir “Mosquito Coast” (più complesso, però), il film di Matt Ross ha il grande merito di non indugiare troppo nella vita alternativa, di non seguire facili partiti presi, di rimanere problematico fino al termine, fino a una inquadratura di commiato di malinconica intensità. Senza contare la straordinaria qualità figurativa e coloristica nel creare il look bizzarramente retrò di questa famiglia di “alieni” abbigliata in modo stravagante (i vestiti da dinosauro, i fiori nei capelli, il berretto da aviatore, la maschera antigas).
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