Le celle geometriche di Peter Halley alla galleria Mazzoli
MODENA. È di chiara struttura astratta la pittura di Peter Halley presentata fino al 31 dicembre, alla Galleria Mazzoli, in via Nazario Sauro 62. Non una progressiva astrazione dal reale, in quanto...
MODENA. È di chiara struttura astratta la pittura di Peter Halley presentata fino al 31 dicembre, alla Galleria Mazzoli, in via Nazario Sauro 62. Non una progressiva astrazione dal reale, in quanto all'artista americano piace sottrarre l'immagine ad ogni contingenza e casualità, ma un'operazione che va ricercata nell'ambito del pensiero filosofico prima ancora che nell'arte, perché i suoi 12 grandi quadri ad acrilico fluorescente,offrono una morfologia spiegabile solo concettuamente, come fa intuire il titolo della mostra "Nuove opere - Associazioni, prossimità, conversioni, griglie". Lascia sospesa l'interpretazione univoca anche Richard Milazzo che, nell'approfondito saggio critico "In obliguo..." (splendido il catalogo con 190 illustrazioni a colori e in bianco e nero"), sostiene che "se i suoi testi sono obliqui, lo sono solo per il contenuto delle mie osservazioni e ruminazioni sui testi e le opere di Halley. In ogni caso si opera al buio, in una foresta di idee allo stato brado, in cui gli errori e i passi falsi non vengono incoraggiati, ma nemmeno diventano l'alibi per sopprimere la riflessione, la contraddizione, il libero dialogo". Ed è lo stesso artista a suggerire riferimenti concreti, tanto da sostenere che "questi sono quadri di prigioni, celle e muri... Qui, il quadrato idealista diventa la prigione. La geometria si rivela essere reclusione. La cella è un residuo della casa, del tetto dell'ospedale, del banco di scuola. Gli isolati punti finali della struttura industriale". Nell'esigenza di assolutezza di logica geometrica la composizione pare trattenere l'angoscia che è paura dello spazio chiuso, del nulla in esso contenuto. Così la costruzione di ogni quadro, di brillante preziosità coloristica, va analizzata in un rapporto con la dimensione filosofica, con l'esistenzialismo, lo strutturalismo per gli elementi che stabiliscono connessioni specifiche tra le parti, con la possibilità di determinare la spiegazione dell'insieme dell'opera che allude allo sgomento del silenzio, alla solitudine metafisica, agli spazi governati dalla tecnologia che condiziona anche psicologicamente l'uomo.
L'indagine di Halley (mostra anche al Museum of Modern Art di new York) mira ad un metodo di analisi scientifica, ad una costruzione mentale, con elementi di aristocrazia analitica di unità logica che entrano in relazioni inattese per esplorare diversi campi della conoscenza, itinerari che passano attraverso la cultura remota e la contemporaneità, spazi di paura e di meraviglia, di conflitti. E pure di radicali cambiamenti. "Dopo aver osservato (in seguito all'attentato a New York delle torri gemelle) l'eroismo dei soccorritori e la compassione e il supporto da tutto il mondo, posso onestamente affermare - confessa Halley - che la mia idea di natura umana sia cambiata". E Milazzo commenta che quando parla delle celle nell'opera di Halley non può fare a meno di pensare che una di quelle celle era riservata a lui. Che lui stesso negli anni si sia sentito prigioniero della sua stessa visione dell'umanità".
Una visione cambiata in positivo, in una metropoli, come New York, di cui l'artista ora capisce "il modo in cui schiaccia e allo stesso tempo eleva il nostro senso di umanità". La sua opera mantiene l'intelligenza della riflessione, è luogo di verifica della vasta cultura che l'artista ha acquisito in Accademia e in varie Università dove ha anche insegnato. E' stato direttore del Graduate Studies in pittura e incisione presso la Yale University School of Art. Autore di saggi su arte e cultura, Halley si è interessato di strutturalismo, postmodernismo e rivoluzione digitale.
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